Gli Stati Uniti d’Europa, questa la continua solfa. Non passa occasione per non tornare alla carica: pare ora che siano indispensabili anche per sconfiggere il terrorismo. Eppure nel mondo c’è una forte voglia di nazione. È sufficiente gettare uno sguardo al numero degli Stati liberi e sovrani durante gli ultimi decenni di storia contemporanea. Nel 1940 erano 69. Dieci anni dopo 84. Nel 1960 erano 114 per arrivare a 142 nel 1970. Nel 1980 sono a 165; nel 1990 raggiungono le 170 unità. Nel 2000 arrivano a 191 e nel 2015 toccano la cifra record di 205 unità. In settantacinque anni di storia contemporanea il numero degli stati indipendenti e sovrani quasi triplica. Insomma, small is beatiful.

Ma il mantra del pensiero unico non si ferma di fronte all’evidenza. “La globalizzazione incombe”, “il terrorismo dilaga”, ci dicono. “Impone sfide che i singoli Stati nazionali da soli non possono affrontare”, proseguono. Povera Svizzera, rasa al suolo dal terrorismo jiadista e dalla concorrenza cinese. “Abbiamo già una moneta in comune? Bene (per la verità, nel nostro caso, male), andiamo avanti e facciamo gli Stati Uniti d’ Europa”, sul modello americano. Trascuriamo qui se la cosa sia auspicabile o meno, e chiediamoci: è fattibile, è una prospettiva realistica?

È vero, i 50 Stati che formano gli Stati Uniti condividono il dollaro come gli Stati dell’eurozona condividono l’euro. Ma le somiglianze cominciano e finiscono qui. Gli Stati Uniti d’America prima del dollaro hanno in comune una stessa lingua. Quando il Presidente eletto parla, lo comprendono in Florida e nel Wisconsin. Immaginatevi la scena di un ipotetico Presidente degli Stati Uniti d’Europa che parla a reti unificate. Poniamo che sia francese. Come minimo il suo discorso dovrebbe essere tradotto o sottotitolato in altre 17 lingue. Negli USA il disoccupato del poverissimo Stato del Mississippi (il cui PIL è grosso modo quello dell’Equador) può agevolmente trovare lavoro in Texas (il cui reddito è grosso modo pari a quello dell’Australia). E voi pensate forse che un dentista disoccupato di Salonicco possa agevolmente esercitare la propria professione a Riga? E sempre negli Stati Uniti d’America esiste un bilancio federale unico che si fa carico di trasferimenti dalla California all’Alabama senza che a quest’ultima vengano richieste in contropartita deliranti “riforme strutturali”. Tutte cose che in Europa non solo non abbiamo, ma neanche avremo mai; perché altrimenti le avremmo già realizzate. E, comunque sia, non agevolerebbero certamente lo sviluppo degli Stati sussidiati, come del resto dimostra l’esperienza plurisecolare del nostro Mezzogiorno.

Ricapitolando: gli USA costituiscono un’area valutaria ottimale (come dicono gli economisti) non perché condividono il dollaro, ma perché hanno in comune una lingua, una cultura, la mobilità del fattore lavoro ed un bilancio federale unico. E tutto questo si spiega con un’evidente ragione storica. Gli USA nascono per volontà di un solo popolo che ha deciso di emanciparsi dalla madre patria inglese. Tutte cose che in Europa non avremo mai e che quindi impediscono all’Eurozona di essere un’area valutaria ottimale; ed è per questo che sicuramente è destinata a crollare. Rimane solo da capire come e fra quanti anni. Un’altra Europa è possibile, ma prima deve essere demolito il mostro che a partire da Maastricht è stato costruito.

Se l’Eurozona non somiglia agli USA a chi somiglia di fatto? Ma è evidente, alla vecchia URSS. Volete qualche indizio? In Eurozona ci sono circa 340 milioni di abitanti che parlano 18 lingue diverse. In URSS c’erano poco meno di 300 milioni di abitanti sempre con 18 lingue diverse (ed una ufficiale sopra tutte: il russo). È lo stesso ex dissidente russo Vladimir Bukovsky a tracciare le inquietanti somiglianze istituzionali fra UE ed URSS. Entrambe le realtà governate da due dozzine di persone non elette e con un parlamento che non ha nessuna potestà legislativa e che si limita a ratificare le decisioni dell’esecutivo.

“A noi venne detto”, dice Bukovsky in una video intervista rilasciata alla BBC (divulgata in Italia da Claudio Messora nel suo blog), “che l’obiettivo dell’Unione Sovietica era quello di creare una nuova entità storica, il popolo sovietico, e che dovevamo dimenticare le nostre nazionalità, le nostre tradizioni etniche e le nostre usanze. La stessa cosa sembra accadere con l’Unione Europea, dal momento che non vogliono che voi siate inglesi o francesi: vogliono che voi siate tutti appartenenti a una nuova fattispecie storica, gli europei”.

Come sono andate le cose con l’Unione Sovietica è noto, come andranno a finire con l’Unione Europea è difficile dirlo. Se continua così forse andranno anche peggio. La questione decisiva è quella demografica, di cui ancora troppo poco si parla. L’Africa è giovane e cresce a ritmi sostenuti, mentre l’Europa è il vecchio continente in declino. Certo, i processi demografici sono lenti, ma l’Italia e la Germania sono già in pieno suicidio demografico e altri Paesi come la Spagna non stanno molto meglio, mentre si calcola che la sola Nigeria nel 2050 raggiungerà i 400.000 milioni di abitanti.

Le attuali migrazioni non sono che l’inizio di un fenomeno epocale, che mette in pericolo l’esistenza di popoli europei radicati su territori, i quali rivendicano le proprie specificità. Il rischio è che alle fine non avremo neppure “gli europei” di cui parla Bukovsky, ma meticci ed uno Stato meticcio rimpiazzerà i popoli che oggi formano l’Europa, come progettava già negli anni venti Coudenhove Kalergi, uno degli ispiratori dell’attuale Unione Europea: “l’uomo del lontano futuro sarà un meticcio. La razza del futuro negroide-euroasiatica, rimpiazzerà la molteplicità dei popoli”.

Del resto lo Stato meticcio è proprio quello che ci vuole per una società androgina, in cui la differenza biologica dei sessi (in ossequio alla gender theory) non esiste. Società androgina e Stato meticcio: è questo il futuro che ci attende?  Meditate gente, meditate…

 

Paolo Becchi, Libero 29 luglio 2016

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