Sempre più giù. Gli stipendi italiani hanno conosciuto un’ altra contrazione, dello 0,5%, secondo le recenti rilevazioni Eurostat. Il dato è riferito al secondo trimestre 2016 in paragone all’ analogo periodo dell’ anno precedente, e chiude un anno solare drammatico per le nostre paghe.

Non un solo trimestre tra gli ultimi due del 2015 e i primi due dell’ anno corrente ha fatto registrare il segno positivo: pareggio assoluto nel terzo trimestre 2015, poi -0,2%, -0,5% e appunto -0,5% (sempre misurati rispetto allo stesso periodo dell’ anno precedente).

L’ ultimo report dell’ istituto di statistica comunitario inquadra, come sempre, l’ andamento del costo del lavoro nominale, composto da salari e altri fattori (essenzialmente di natura fiscale e contributiva) che normalmente si muovono più o meno assieme: complessivamente l’ Europa ha registrato un +1,4% del costo del lavoro nel secondo trimestre, cui corrisponde un +1,3% nei salari; stringendo la lente sull’ eurozona, la crescita è minore: +1%, coi salari che salgono dello 0,9%.

L’ Italia ha visto in questo quadro scendere il costo del lavoro dell’ 1,1%, con i salari che come detto sono calati dello 0,5%. In tutto il continente solo Lussemburgo e Finlandia (rispettivamente -0,5 e -2,3%) hanno come noi il segno meno davanti all’ andamento delle paghe nei mesi di aprile, maggio e giugno 2016 raffrontati allo stesso trimestre 2015.

Tra i paesi con la moneta unica, quelli di fresca introduzione (Lituania, Lettonia, Estonia) vedono un balzo dei salari anche superiore al 4%; gli altri Stati in cui le buste nominali si ingrossano di più sono fuori dall’ euro (Romania +12%, Ungheria +3,6%, Regno Unito +2,7%, Polonia +2,5%). Fa eccezione il Portogallo, che però rimbalza da una situazione pesantissima e fa registrare un +2,7%.

Nessun paese però ha fatto registrare performance così preoccupanti sul fronte dei salari come il nostro: è in primo luogo a causa di questa contrazione che anche il costo del lavoro è sceso costantemente negli ultimi 12 mesi. Siamo l’ unico Paese d’ Europa in cui il dato sulle paghe è negativo (sempre in rapporto allo stesso periodo dell’ anno precedente) in tutti i trimestri da metà 2015 in poi:

l’ eurozona registra un tasso di crescita (1,4%, 1,5%; 1,8%; 0,9%) quasi sempre più basso rispetto all’ Unione europea a 28 (2%; 2%; 1,7%; 1,3%), a ulteriore conferma che, al netto delle specificità di ogni Stato, la moneta unica appare sempre più come un fattore efficace di compressione salariale in momenti di fiacca dell’ economia. A fronte di queste cifre, tuttavia, all’ interno dell’ eurozona l’ Italia è maglia nera.

Noi siamo sempre lì, col segno meno; i nostri “compagni” in territorio negativo nell’ ultimo anno si alternano: Lussemburgo, Portogallo e Slovenia nel terzo trimestre 2015, Cipro e Lussemburgo nel quarto, Cipro nel primo trimestre 2016 e ancora Lussemburgo con la ex prodigiosa Finlandia nel secondo del 2016, come dice l’ ultima fotografia scattata dall’ Eurostat.

Come ovvio, è in primis l’ elevato tasso di disoccupazione a contribuire, sia in mezza Europa sia in Italia, a questa dinamica: la carenza di lavoro spinge chi ne è a caccia ad accettare anche stipendi più bassi, portando di solito a un calo generale degli stipendi. Il circolo vizioso che genera la spirale deflattiva in cui ci dibattiamo da anni include pienamente questo andamento: la domanda interna depressa da tasse e tagli scoraggia assunzioni e paghe elevate, che a loro volta fanno ristagnare i consumi e la crescita.

Quanto hanno influito le recenti riforme (il combinato disposto di sgravi e Jobs act che, più o meno, copre i trimestri presi in considerazione) su questo trend drammaticamente asfittico? Non c’ è dubbio che il pacchetto di interventi sul lavoro abbia agito soprattutto sul lato dell’ offerta, aumentando la flessibilità del mercato del lavoro. Provvedimento che in sé non è giudicabile negativamente, ma che in questo contesto economico ha sicuramente contribuito ad accentuare l’ andamento negativo della curva dei salari.

Fonte: qui

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