Questione di colori. «Avevamo deciso che per quello che riguardava il Pd i soldi venivano dati tramite Co.ve.co usiamo la parola “bianco”, con regolare fattura, con somme registrate», racconta il compagno Pio. Di colori, e di binari. «Quando c’era la campagna elettorale si attivavano i “doppi binari” », puntualizza Piergiorgio Baita.

«Tanto finanziavamo ufficialmente, tanto finanziavamo in nero» dichiara Baita, il primo degli amministratori della Mantovani finito in carcere per lo scandalo Mose. Ma il manuale cromatico dell’imperfetto tangentista prevedeva anche le sfumature. «Talvolta il bianco e il nero insieme». Tradotto: denaro proveniente da fatture gonfiate e fondi neri, ma che veniva regolarmente registrato dai comitati elettorali.
C’è anche questo nelle 700 e passa pagine dell’ordinanza di custodia cautelare del gip Alberto Scaramuzza, che ha spedito in carcere la cupola veneziana. La spiegazione, passaggio dopo passaggio, di come il Consorzio di Mazzacurati decideva di finanziare i politici ritenuti «amici», o anche solo «utili». Chi, quanto e in quale modalità.

E c’è pure una lista dei presunti beneficiari, nella quale oltre ai nomi già noti del sindaco di Venezia Giorgio Orsoni, dell’europarlamentare di Forza Italia Lia Sartori e dell’ex vicepresidente del consiglio regionale Giampietro Marchese, si aggiungono quelli di due deputati veneti del Partito democratico, Delia Murer e Andrea Martella, rieletti alle politiche del 2013.
Anche loro avrebbero avuto finanziamenti per sostenere la campagna elettorale dalle ditte che lavoravano al Mose, ma «in bianco», specificano i pm che seguono l’indagine. Dunque leciti e registrati. Accettati però quando già il Consorzio Venezia Nuova era “chiacchierato”, portato sotto i riflettori dall’arresto di Baita nel febbraio di un anno fa, proprio nei giorni del voto.

Per Orsoni, Marchese e la Sartori la cupola aveva deciso invece di attivare i doppi binari, il “nero” e il “nero-bianco”. «Gli ho portato a casa sua, personalmente, 400-500mila euro», ha raccontato Mazzacurati ai pm. Denaro liquido di cui, secondo il gip, il sindaco di Venezia «conosceva la provenienza illecita».

Erano il risultato di fatture gonfiate col metodo del “Fondo Neri”, che, per ironia del destino, è il cognome del funzionario del Consorzio ideatore del sistema tangentizio. Addetto alla “raccolta” dalle aziende consorziate che stavano nella partita era il “compagno Pio”, Pio Salvioli, l’uomo che «durante i suoi giri» prendeva denaro dalle coop rosse per girarlo a
politici del Pdl (Renato Chisso, l’assessore regionale veneto, riceverà così 150 mila euro).

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Ma le somme in uscita dai bilanci delle ditte dovevano essere comunque giustificate. Come? Ci pensava Luciano Neri. Produceva fatture taroccate per prestazioni tecniche fittizie o anticipi sulle riserve sovradimensionate. Contratti e istanze «predisposte da Neri, depositario della contabilità», scrive il gip. Sulle fatture false, quindi le aziende pagavano un surplus di tasse. «Mettiamola così, maresciallo — mette a verbale Savioli — il nero ha un suo costo, ecco».
Il sindaco di Venezia ai domiciliari, nella sua dichiarazione spontanea durante l’interrogatorio di garanzia, ha respinto ogni accusa. «Mai preso un euro in nero da Mazzacurati, gli unici sono i 150mila rendicontati dal mio commercialista che seguiva il comitato elettorale». Arrivati però sul binario “nero-bianco”, cioè alzati con sovrafatturazioni e poi rendicontati.
Ritorniamo alla ricostruzione di Baita così come la consegna lui stesso ai pubblici ministeri nell’interrogatorio del 17 settembre: «Il Consorzio non voleva assolutamente che i soci finanziassero direttamente in nero dei politici che avrebbero potuto rappresentare degli interessi collaterali ». Dunque non era ammessa, nella cupola del Mose, alcuna iniziativa autonoma. La scelta su chi far piovere denaro «veniva presa durante le riunioni del consiglio direttivo». Tutti insieme, senza lasciare traccia nei verbali delle riunioni.
È Mazzacurati, il “capo supremo” che stabilisce come ripartire i fondi, «limitandosi poi a rassicurare i consorziati, a decisione avvenuta e contributo consegnato, che il loro politico di riferimento (rappresentanti del Pdl nel caso della Mantovani e Fincost, rappresentanti del Pd per le coop Condotte e Co. Ve. Co.) è stato adeguatamente remunerato ».

Anche per Marchese, il candidato Pd alle regionali del Veneto del 2010, i soldi transitarono sui binari “nero”, e il “nerobianco”. Gli vengono versati 58 mila euro, «somma iscritta regolarmente in bilancio come finanziamento elettorale», ma risultato del solito giro di fatture false dell’ingegner Neri. Il quale, per l’occasione, crea un contratto ad hoc con la Selc, a cui il Consorzio ha affidato uno studio per la salvaguardia di Venezia e della Laguna. L’operazione è inesistente, ma quei 54 mila finiscono al comitato di Marchese. Non solo, però. Sostiene Mazzacurati: «A lui abbiamo dato in contati anche circa mezzo milione di euro in otto anni». Il cosiddetto binario “nero”.

Fonte: http://www.lanotiziagiornale.it/mose-spunta-il-manuale-a-colori-delle-tangenti-nomi-in-codice-per-le-differenti-mazzette-e-nelle-indagini-vengono-fuori-due-deputati-del-pd/

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