Ambrose Evans-Pritchard analizza la delicatissima posizione del presidente della BCE, Mario Draghi. Come ci attendevamo, la sua “svolta” in materia di politica monetaria è servita solo a comprare tempo all’eurozona, senza poter risolvere i problemi sottostanti. Nonostante l’utilizzo delle armi a disposizione (tassi negativi, QE) e in un corrispondenza di una situazione mondiale favorevole (crollo del prezzo dell’energia), l’eurozona non è riuscita ad uscire dalla trappola deflattiva, né a creare crescita. Quello che manca è una politica fiscale espansiva, ma i paesi periferici debitori non se la possono permettere, mentre i paesi creditori come la Germania non hanno alcuna intenzione di farla. Bloccata in questo groviglio inestricabile, l’eurozona non può che rimanere passiva in attesa che la prossima crisi globale le assesti un dolorosissimo colpo di grazia.

Di Ambrose Evans-Pritchard, 8 settembre 2016

Gran parte dell’eurozona sta scivolando sempre più in una trappola deflazionistica nonostante i tassi di interesse negativi e i 1000 miliardi di euro di Quantitative Easing dalla Banca Centrale Europea, lasciando l’area valutaria priva di strumenti di emergenza nei confronti della prossima recessione globale.

La BCE sta per esaurire le sue munizioni e appare sempre più impossibilitata a fare di più sotto i vincoli giuridici del suo mandato. La BCE ha rivisto le previsioni di crescita per i prossimi due anni al ribasso – adducendo le incertezze relative alla Brexit – e ha ammesso che ci sono poche possibilità di raggiungere l’obiettivo di inflazione del 2% entro questo decennio – insistendo sul fatto che ora spetta ai governi spezzare l’attuale circolo vizioso.

Mario Draghi, presidente della BCE, ha detto che ci sono limiti agli effetti delle politica monetaria e ha richiesto al resto dell’eurozona di “agire più incisivamente” per far salire la crescita, in particolare con spesa in infrastrutture. Lo stratega esperto di bond sovrani Nicholas Spiro ha detto che “è ormai abbondantemente chiaro che Draghi è fuori gioco e siamo nella fase terminale del QE. L’eurozona ha bisogno di un cambiamento drammatico nella natura delle sue politiche che deve venire dalla politica fiscale”.

Il Signor Draghi ha distrutto le speranze di un’espansione del programma di acquisto di Bond della BCE da 80 miliardi mensili, e non ha dato nessuna indicazione su una possibile estensione oltre la data di termine programmata per marzo 2017. Il punto non è stato nemmeno discusso.

“Gli ostacoli a un aumento dell’azione della BCE sono più grandi di quanto si pensi” ha detto Ben May di Oxford Economics.

La scadenza di marzo rischia di diventare una questione nevralgica per i mercati, data l’esperienza vissuta con la FED statunitense dove un brusco stop del programma di QE è equivalso ad una stretta monetaria potenzialmente molto distruttiva.

La BCE ha usato tutti gli strumenti per reflazionare l’economia, ma l’inflazione “core” è rimasta al di sotto dell’1% ormai da 3 anni. I funzionari BCE sono ancor più preoccupati dal trend sottostante. I dati raccolti da Marchel Alexandrovich di Jefferies mostrano che, nel paniere considerato, la percentuale di beni e servizi che registrano un’inflazione inferiore all’1% ha ormai raggiunto il 58%.

Questa situazione tipicamente precede la deflazione e suggerisce che l’eurozona è estremamente vulnerabile a qualsiasi shock esterno. La percentuale di cui sopra è del 67% in Italia, ed è decisamente superiore rispetto a quando la BCE lanciò il programma di QE lo scorso anno.

L’eurozona avrebbe dovuto ormai raggiungere la “velocità di fuga”, dopo che un potente set di stimoli venne lanciato l’anno scorso: energia a basso prezzo, euro svalutato, 80 miliardi mensili di QE, e la fine dell’austerità fiscale.

Nonostante tutto questo, tutto quello che l’eurozona è riuscita a produrre è una crescita dello 0,3% a trimestre. La Francia e l’Italia hanno addirittura rallentato fino a fermarsi.

Il tasso di cambio ponderato dell’euro è salito del 7% da quando è partito il programma QE, e ha continuato a salire perfino quando la BCE ha tagliato i tassi di interesse a -0,4%.

“L’euro è decisamente più forte di quanto desidererebbero, e più forte di quanto l’economia non si meriterebbe, ma non sanno come fare a indebolirlo. E’ esattamente quanto accade ai Giapponesi” ha detto Hans Redeker, capo delle valute di Morgan Stanley.

Il signor Redeker ha detto che il surplus di partite correnti dell’eurozona – attualmente a 350 miliardi di euro, ossia il 3,3% del PIL – sta alimentando la dinamica deflazionistica. Dal momento che le banche europee stanno facendo dimagrire il propri bilanci e rimpatriando soldi per ottemperare alle regole sul capitale proprio, non riescono a riciclare all’estero il surplus dell’eurozona. Questo sta creando una tendenza cronica al rafforzamento della valuta.

(Detto in termini più chiari, è molto difficile tenere per lungo tempo una valuta a bassi livelli se si è imposto come modello quello tedesco basato sull’export, che comporta che la propria valuta sia molto domandata sui mercati internazionali ndVdE).

Il lavoro del Fondo Monetario Internazionale mostra che la “bassa inflazione” – anche in assenza di deflazione – porta una serie di patologie debilitanti. Essa frena la crescita del PIL nominale e rende difficile gestire alti rapporti tra debito e PIL.

In teoria, il signor Draghi potrebbe ricorrere a misure perfino più drastiche, ma le portate sono limitate e sa di muoversi in un terreno minato. La fiducia pubblica nella BCE è crollata in molti paesi e il clima in Germania è molto peggiorato. La lobby dei banchieri e degli assicuratori tedeschi ha accusato la BCE di distruggere il loro modello di business con i tassi di interesse negativi.

Il capo economista di Deutsche Bank, David Folkerts-Landau, ha detto che la BCE ha travalicato il limite dei rendimenti decrescenti, e che essa stessa rappresenta ormai una minaccia per l’eurozona. “I banchieri centrali possono perdersi per strada. Quando questo succede, i loro errori possono rivelarsi catastrofici. Dopo 7 anni di politica monetaria sempre più accomodante, ci sono ormai sempre più evidenze che continuare a seguire i dogmi attuali mette a rischio la stabilità dell’eurozona a lungo termine”, ha dichiarato.

L’accusa a Draghi è ingenerosa. I grandi errori macroeconomici sono stati commessi tra il 2010 e il 2012 quando venne imposta una drastica austerità e un prematuro innalzamento dei tassi di interesse, che spinse l’eurozona in una seconda recessione.

Tuttavia i funzionari della BCE ammettono che potrebbe essere stato raggiunto il “limite economico inferiore”, dove ogni vantaggio ottenuto da ulteriori stimoli risulta inferiore agli effetti collaterali dannosi.

La rete della BCE sta esaurendo gli asset da acquistare, dal momento che può comprare solo in proporzione alla taglia di ciascuna economia, dovendo evitare l’accusa di “salvataggio” degli stati insolventi.

L’eurozona sembra ormai priva di una politica attiva. Sta semplicemente guadagnando tempo, ormai in balia di forze esterne. Il pericolo è che le prossime difficoltà a livello globale possano colpire prima che l’area valutaria sia riuscita ad uscire dall’attuale affanno e prima che abbia potuto ricostituire qualche difesa contro uno shock deflazionistico. Il signor Draghi non sarà più in grado di salvarla di nuovo.

Fonte: Voci dall’Estero

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