Con il discorso a Strasburgo, Renzi ammette le sue prime due gravissime sconfitte personali sull’Europa

“Siamo una comunità”. “Siamo un popolo, non un’espressione geografica”. “Non un puntino su Google Maps”. “Noi siamo una frontiera”. “Siamo…. siamo…”. Con tutti questi slogan, il nostro premier deve aver certamente ingolfato il sistema di traduzioni a disposizione delle migliaia e migliaia di burocrati presenti nelle tre sedi del Parlamento europeo.

Il dato rilevante è che nell’inagurare il semestre di presidenza europeo dell’Italia, Matteo Renzi ha subito le prime due gravissime sconfitte personali sull’Europa. Prima sconfitta: l’accettazione delle “larghe intese europee”. Dopo una campagna elettorale in cui ha ingannato il suo elettorato volendosi differenziare dal passato austero impersonificato dal rigore di Berlino, il premier si dice ora “inorgoglito” della “nuova” Europa che sta prendendo piede. Ma, del resto, per chi è abituato a fare accordi con Berlusconi e Verdini, non si devono avere molte difficoltà con Juncker e la Merkel. Nell’Europa di Matteo Renzi che “cambia verso”, l’ex presidente dell’Eurogruppo è ora presidente della Commissione, l’ex presidente del Parlamento europeo è ora… presidente del Parlamento europeo (Napolitano ormai ha fatto scuola anche in Europa); l’ex Commissario alle questioni economiche Olli Rehn è ora vice presidente del PE, l’ex vice-presidente del Parlamento europeo Pittella è ora capogruppo dei socialisti; l’ex commissario Tajani è ora vice presidente del Parlamento europeo e potremmo continuare per decine e decine di righe. In generale, di 14 vice-presidenti del Parlamento europeo, 9 sono controllati dalle larghe intese PPE-SD, 3 dalle finte opposizioni dei Verdi e dei liberali dell’Alde e uno solo all’ECR di Cameron. Se consideriamo che il presidente del Parlamento europeo, una figura in teoria di garanzia, è Schulz, vale a dire l’ex candidato di un gruppo alla presidenza della Commissione, le forze euroscettiche, nonostante i grandissimi risultati elettorali, non hanno praticamente alcuna voce di riferimento nelle istituzioni. Ma si sa quanto possa interessare a Bruxelles e Strasburgo quello che esprimono le popolazioni…

La seconda gravissima sconfitta di Renzi riguarda la flessibilità sui vincoli europei. Il premier ha già ritrattato e abbassato i toni. Ma, del resto, Angela Merkel, Wolfgang Schauble e Mark Rutte – chi governa realmente in Europa e, proprio per questo, non usa slogan – erano stati molto chiari negli ultimi giorni. Emblematica a proposito è stata l’umiliazione mediatica subita dal braccio destro di Renzi, Del Rio. Quest’ultimo ha avuto la brillante idea di dichiarare al Corriere della Sera che nel vertice europeo del fine settimana l’Italia aveva ottenuto una “grande vittoria” per un’interpretazione più flessibile delle regole fiscali. E lo ha fatto lo stesso giorno in cui, in un’intervista al Financial Times, Wolfgang Schäuble sentenziava: “In Europa, non ho sentito questa richiesta [per una maggiore flessibilità delle regole fiscali] né dal primo ministro italiano né da nessun altro. In Germania abbiamo un chiaro impegno all’interno della coalizione con il vice cancelliere Gabriel che ha esplicitamente affermato che non ci sono richieste di aggiustamento nelle procedure di deficit eccessivo europeo – tutto l’opposto”. Amen. I giornali italiani non ve l’hanno riportato, ma per loro il Financial Times non deve rappresentare una fonte da cui attingere notizie. E, a chiosa sulle regole fiscali, Renzi ieri a Strasburgo: “Noi le rispettiamo, ma ricordo che abbiamo firmato tutti insieme il Patto per la stabilità e la crescita. E la crescita serve all’Europa, non solo all’Italia”. Anche Hollande aveva resistito di più dopo le elezioni nel 2012 nella sua crociata verso la crescita.

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E oltre al “siamo, siamo…”…? Per il resto il nostro premier ha fornito un’approssimazione e una vaghezza sulla politica internazionale, tale da indispettire nella mimica facciale anche la povera Mogherini seduta dietro di lui: dalla crisi in Libia, alle ragazze rapite da Boko Haram, dalla primavera araba al conflitto israelo-palestinese ha utilizzato una serie di luoghi comuni che potevano essere conclusi solo con lo slogan degli slogan: “siete voi il faro della civilizzazione e della globalizzazione”, con i parlamentari europei più navigati che si devono essere voltati verso quelli che sono alla prima legislatura.

Di TTIP, il trattato per un mercato unico Ue-Usa che imporrà un’ulteriore perdita di diritti sociali e ambientali ai cittadini europei, di gas di scisto, di fracking, della crisi in corso in Ucraina e delle responsabilità dell’occidente per l’ascesa a Kiev di un mostro istituzionale senza precedenti – commistione di neo-nazisti (questi sono nazisti veri), burocrati assoldati dal Fondo Monetario Internazionale e oligarchi – di tutto questo neanche una parola. Del progetto del South Stream con la Russia, paralizzato dal collasso finanziario bancario in Bulgaria, che autorevoli fonti credono sia stato creato ad arte dall’Ue, neanche una parola. Del processo di de-dollarizzazione in corso, con l’accordo del Santo graal energetico tra Russia e Cina, con la decisione di Gazprom di escludere il dollaro nei suoi pagamenti e con i tentativi sempre più sviluppati dei Brics più l’Iran di costruire un nuovo sistema finanziario globale che aggiri la moneta americana, neanche una parola. In estrema sintesi, di tutto ciò che interesserà realmente l’Europa nei prossimi anni il nostro premier non ha detto nulla.

E, infine, il discorso di Renzi ha fatto riferimento a tante citazioni letterali dall’antichità: Anchise, Enea, Pericle, il Partenone, il Colosseo. E una, a conclusione, che ha fatto scalpore: “Siamo la generazione di Telemaco. All’epoca di Maastricht non ero nemmeno maggiorenne. Ora dobbiamo meritarci quella eredità, dobbiamo conquistarci il frutto dei nostri padri”. Dobbiamo meritarci l’euro e Maastricht? Siamo al sadismo. Dobbiamo meritarci l’imposizione di privatizzazione selvagge, la rinegoziazione dei diritti acquisiti dopo anni di lotte sociali e la disoccupazione di massa imposta da quel nuovo mostro mitoligico dei giorni nostri che è la Troika? Dobbiamo imparare a meritarcelo?

Il richiamo all’Odissea del premier è però corretto. Telemaco – ovvero le decine di milioni di giovani disoccupati in tutto il continente – attende il padre mentre la sua terra viene saccheggiata dai proci (ovvero la Troika, i Memorandum d’intesa, Maastricht, l’euro…). Alla fine, Ulisse tornerà a casa, torna sempre a casa, e farà giustizia sui diritti negati, la povertà di massa imposta e il futuro stuprato a un’intera generazione. La storia si conclude così: Telemaco stai sereno. I proci e i loro valvassori meno…

Fonte: http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=6&pg=8279

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