Nei giorni scorsi, come vi avevo segnalato, si è tenuto l’importante incontro “La trattativa Stato-mafia nella Storia d’Italia”, promosso dall’Associazione Lapsus dell’Università degli Studi di Milano. La serata è stata molto interessante ed ha fornito diversi spunti di approfondimento. Nel segnalarvi la pagina del sito dedicata all’evento, dove potete trovare anche molti materiali per approfondire, vi propongo l’articolo che Ciro Dovizio di Lapsus, ma anche collaboratore della mia cattedra di Storia del Mondo Contemporaneo, ha scritto per l’occasione. Buona lettura!

Di Ciro Dovizio, Associazione Lapsus.

Intorno al procedimento giudiziario in corso a Palermo sulla trattativa Stato-mafia infuria un dibattito dai toni accesissimi. Le opinioni formulate sull’argomento si sprecano, anche se il circuito mediatico ha presto polarizzato le posizioni in campo contrapponendo da un lato i sostenitori della Procura e dell’impianto accusatorio che sorregge il processo, dall’altro coloro che hanno assunto posizioni critiche rispetto al quadro esplicativo delineato dai pm.

Fra questi ultimi si distinguono per autorevolezza il giurista Giovanni Fiandaca e lo storico Salvatore Lupo, affermati studiosi del fenomeno mafioso e autori di un libro, La mafia non ha vinto. Il labirinto della trattativa, edito da Laterza, che prende nettamente le distanze dall’interpretazione elaborata dall’accusa e in forza di ciò si trova al centro di una polemica velenosa, divenuta ancor più aspra in seguito alla decisione del primo di candidarsi alle ultime elezioni europee in quota Pd.

La valenza politica dello scontro in corso, già evidenziata a suo tempo dalla polemica sulle intercettazioni di Napolitano e dalla scelta di Ingroia di candidarsi nelle elezioni del 2013, può considerarsi l’onda lunga di un conflitto, nato a cavallo fra istituzioni e movimenti alla fine degli anni Settanta, fra due modi diversi di concepire l’azione repressiva antimafia: l’uno intimamente connesso al mondo dell’informazione e all’attivismo politico-mediatico, l’altro a trazione più esclusivamente giudiziaria.

Il primo germogliò dalla spinta dei movimenti di opposizione e dell’opinione pubblica che, indignati dalla tracotanza mafiosa, invocarono la preminenza della battaglia politico-sociale e l’inclusione in essa del dispositivo penale: strumento inizialmente equiparato agli altri, ma divenuto nel corso degli anni il nucleo propulsivo della mobilitazione. In questo quadro il pericolo incombente di nuovi attentati, il senso d’isolamento rispetto alle altre istituzioni e la consapevolezza che per contrastare fenomeni complessi come le mafie bisognasse sostenere l’azione penale con un’attenta attività divulgativo-pedagogica, assegnarono a parte della magistratura siciliana, specie quella inquirente, il ruolo di punta in una auspicata “rivoluzione civile” che avrebbe finalmente sconfitto Cosa Nostra e i suoi alleati politici.

Il secondo metteva in rilievo, al contrario, il primato del procedimento penale che doveva rimanere autonomo e separato dai movimenti della società civile. Secondo questa linea la mafia sarebbe stata abbattuta attraverso il dispositivo giudiziario che avrebbe dovuto mantenersi indipendente anche rispetto ad eventuali provvedimenti di carattere sociale e politico ispirati dall’associazionismo antimafia. Questo indirizzo muoveva dall’esigenza di non esporre la giustizia penale ad usi strumentali di lotta politica.

Da questa divaricazione derivarono anche modi diversi di intendere il ruolo della magistratura più impegnata nella lotta al crimine organizzato, le finalità del processo penale, la cultura della prova e il rapporto con l’opinione pubblica. Questo per ricordare quanto le polemiche divampate sul libro rimandino, per certi aspetti, a divergenze che hanno animato per decenni lo scenario pubblico siciliano e nazionale.

L’aspetto più spiacevole della disputa in corso è che la sua forte connotazione politica costringe l’opinione pubblica a schierarsi, a prendere posizione, mentre la ricerca della verità sul periodo dello stragismo mafioso non trae di certo vantaggio da un clima così arroventato.

Il contributo di Giovanni Fiandaca e Salvatore Lupo è senz’altro di grande valore (lo stesso non si può dire dello stile con il quale è stato promosso da certa stampa) e consente di approfondire questioni di importanza cruciale per la storia d’Italia: dal conflitto fra politica e magistratura alla frammentazione degli apparati di sicurezza nell’Italia repubblicana, dai rapporti fra poteri costituzionali all’evoluzione dei contrasti interni alle istituzioni.

Gli autori partono dalla necessità di separare, nell’analisi della trattativa, tre piani: il penale, lo storico-politico, l’etico-politico. Trascurando questa distinzione è facile che si precipiti in corti circuiti interpretativi, il più delicato dei quali costituisce il nodo di fondo della polemica: quello per cui ogni ipotesi di trattativa è da considerarsi, secondo i sostenitori della Procura, moralmente condannabile in qualunque contesto possibile.

In linea generale sostenere questa tesi risulta quanto meno arduo, perché in essa si ignorano scopi e meccanismi di funzionamento degli apparati di sicurezza, i quali nell’ordinamento democratico assolvono, fra le altre, proprio alla funzione di supportare, attraverso forme di attività investigativa speciale, che prevedono il coinvolgimento di informatori con cui “si tratta”, l’azione di contrasto dei corpi di polizia, soprattutto nella repressione di forme d’illegalità collettiva quali grandi organizzazioni criminali o gruppi terroristici.

Alcuni significativi passi avanti nella lotta alla mafia si devono proprio a questo tipo di operazioni, che comportano aspetti ambigui e che, come ha dichiarato lo stesso generale Mori, all’epoca dei fatti in forza al Ros (Raggruppamento operazioni speciali) dei carabinieri e ora fra i principali imputati nel processo, possono “configurare la ‘provocazione’ o l’’omissione di atti d’ufficio’”, ma che risultano decisive proprio nel contrasto di fenomeni come la mafia. Non si può escludere che nell’adozione di questi metodi si possa dare luogo a degli illeciti, perché in questo spazio di potere così informale può benissimo accadere che le autorità finiscano per agevolare attività criminose (e i casi di questo tipo nella storia repubblicana non mancano, si pensi per esempio alla vicenda Giuliano o a quella del commissario Tandoj), e in circostanze del genere è quasi superfluo rivendicare la necessità di un potere giudiziario vigile ed efficiente.

Anche in ragione di simili considerazioni Lupo, che nel libro ricostruisce storicamente la vicenda, non ritiene condivisibile né l’impianto accusatorio dei pm né tantomeno il messaggio veicolato dalla stampa che, semplificando drasticamente i termini della questione, presenta l’intricato groviglio di transazioni di certo avvenute in quel periodo come una sola ed unica trattativa avente per protagonisti “lo” Stato e l’organizzazione mafiosa. Peraltro lo storico non esclude che fra i molteplici tentativi di mediazione possano essere stati commessi reati, sui quali sarebbe il caso che la magistratura intervenisse, ma questi non potrebbero riguardare in sé la trattativa, non configurando essa alcuna fattispecie delittuosa penalmente perseguibile. Del resto la stessa procura non sostiene l’esistenza “della” trattativa, che in quanto tale appare frutto di un’elaborazione a posteriori, ma di più trattative (la prima avviata con Riina, la seconda con Provenzano, la terza attraverso Paolo Bellini per il recupero di alcune opere d’arte) sviluppatesi in tempi e luoghi diversi eppure riconducibili a una “trama unitaria, omogenea e coerente”, volta a placare la repressione istituzionale e a stipulare un nuovo patto di convivenza Stato-mafia che avrebbe accompagnato Cosa Nostra nel passaggio fra Prima e Seconda Repubblica.

La pluralità di queste trattative, secondo lo studioso, va spiegata rievocando la tradizionale frantumazione degli apparati di sicurezza italiani, dovuta a più fattori: l’anomalia originaria di servizi segreti diffidati dalle autorità repubblicane perché a guida fascista e perciò soppressi, ristrutturati e moltiplicati più volte nel tentativo di crearne di fedeli; la necessità di regole e corpi speciali, creati sempre in una logica emergenziale per rispondere a fenomeni di particolare virulenza come gruppi criminali e terroristici. Questo stato di frammentazione ha dato luogo a una serie di linee di frattura articolatesi lungo tutto il versante della sicurezza statale, alimentando un conflitto istituzionale strisciante e spingendo la folta schiera di apparati a porsi in concorrenza fra loro: ne è emerso un quadro intricatissimo di “burocrazie parallele” all’interno del quale la trattativa evidenzia una serie di scontri che, determinatisi in momenti di crisi, sono divenuti un elemento costante della storia repubblicana.

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Dal punto di vista delle acquisizioni documentali, lo stesso Massimo Ciancimino ha inaugurato la sua collaborazione sostenendo che il dialogo avviato da Mori e De Donno con Cosa Nostra aveva per oggetto “la resa” di quest’ultima (in ciò confermando quanto sostenuto dai due ufficiali e da suo padre Vito in varie occasioni), salvo poi cambiare versione nei successivi interrogatori. Lo stesso teste è risultato più volte inattendibile (fatto riconosciuto dagli stessi magistrati inquirenti) nonché incline alla falsificazione delle testimonianze, dato che non pone certo a favore delle ricostruzioni fondate sulle sue dichiarazioni, rese a distanza di molti anni dalla vicenda e con l’intento neanche troppo velato di preservare il patrimonio e migliorare la propria situazione processuale.

In effetti sul piano probatorio sembra molto più verosimile il quadro delineato da Mori, il quale demolisce in diversi punti l’interpretazione del collaboratore portando a sostegno fonti che paiono persuasive.

Le forzature della stampa veicolano l’idea che criticare, anche soltanto dal punto di vista storico come nel caso in oggetto, la lettura formulata dai pm su un periodo tragico e complesso come quello del biennio stragista, comprometta la legittimazione della magistratura stessa. In realtà chi scrive non crede che le cose stiano cosi e ritiene senza dubbio auspicabile e doveroso, nel caso emergessero chiare fattispecie di reato, che la giustizia faccia il suo corso. In ogni caso, per quanto possa essere criticabile la ricostruzione dei pm, il processo di Palermo nasce da indagini che rientrano a pieno titolo nelle facoltà degli inquirenti e in questo senso è giusto tutelare l’autonomia del potere giudiziario in quanto sacrosanto principio costituzionale. Com’è giusto che chi ha maturato una certa esperienza nel campo del contrasto antimafia, sviluppando competenze specifiche, possa continuare nel suo lavoro: le ultime vicende che hanno coinvolto il Csm e l’avocazione delle indagini ai pm non appartenenti alla Dda non sono altro che l’ennesimo esempio di conflitti istituzionali persistenti e non regolati.

Tuttavia il discorso sulla trattativa implica aspetti che hanno valore storiografico autonomo e in quanto tali discutibili a un livello diverso da quello giuridico-penale. Su questo piano è indubitabile che il paradigma giudiziario del processo, con il sostegno di un preciso circuito mediatico, avalli un’interpretazione “mafiocentrica” della storia italiana recente, senza tuttavia essere sorretto da riscontri documentali solidi e univoci. Si fa qui riferimento alla tesi per cui, secondo i magistrati, la mediazione fra apparati dello Stato e Cosa Nostra, nel contesto di un collasso del sistema, avrebbe portato a un nuovo sodalizio politico-criminale, garante degli interessi mafiosi, che costituirebbe la cifra essenziale del “ventennio berlusconiano”. Questo quadro però non spiega di quali vantaggi concreti abbia beneficiato l’organizzazione sul fronte legislativo, visto che tutte le richieste avanzate dal cosiddetto “papello”, o dai “papelli” (abolizione del 41 bis, revisione del maxiprocesso, abolizione delle leggi sui pentiti, sul sequestro dei beni ecc.) non hanno avuto risposta. L’unico argomento di qualche plausibilità a sostegno del “do ut des” ipotizzato è la decisione, peraltro discrezionale e in quanto tale fuori da ogni configurazione di reato, dell’ex ministro Giovanni Conso di non rinnovare nel novembre 1993 il carcere duro a 334 mafiosi, scelta sostenuta, secondo l’interessato, in autonomia e con l’intento di contenere la minaccia stragista.

Sul punto la recente condanna inflitta a Dell’Utri dalla Corte di Cassazione è indicativa di quanto la sovrapposizione di indagini e processi tenda a pregiudicare l’avvicinamento alla verità, sia dal punto di vista storico che giudiziario. In essa si riconosce all’ispiratore di Forza Italia il ruolo di favoreggiatore della mafia e di mediatore fra questa e Berlusconi dal 1974 al 1992, mentre per la fase successiva, oggetto del procedimento in corso sulla trattativa, è già stato assolto in via definitiva.

E’ chiaro che un’incongruità di questo tipo compromette la costruzione di un patrimonio conoscitivo coerente. Il rischio è che quadri giudiziari contrastanti elaborati in sedi diverse finiscano per confondere fini e metodi del processo penale, riguardanti l’accertamento definitivo di fatti penalmente rilevanti, con quelli dell’indagine storica che per sua natura procede per affinamenti interpretativi senza mai giungere a verità ultimative.

E in questo ultimo ambito non si può di certo concordare con quelle letture che fanno di Cosa Nostra un’entità onnipotente sempre e comunque, come se la stagione repressiva culminata con il maxiprocesso e poi continuata con Caselli ed altri magistrati del pool non avesse portato a nulla. In realtà la mafia ha subito duri colpi nell’ultimo ventennio e il suo potere attuale non è commisurabile con quello detenuto fino a qualche decennio fa. L’organizzazione appare oggi, stando alle relazioni semestrali della Dia, fortemente indebolita e meno pericolosa di altri soggetti criminali come ‘ndrangheta e camorra. Questo però non significa che sia sconfitta, come dimostrano retate e celebri casi di connivenza. Ed è nondimeno un elemento storicamente rilevante che un boss come Vittorio Mangano abbia avuto dimora presso casa Berlusconi per motivi ancora largamente da indagare, ma che di certo gettano ombre sul percorso dell’uomo politico, così come restano ancora da chiarire le origini delle sue fortune imprenditoriali.

Tuttavia l’analisi che identifica la nascita di Forza Italia in un sottoprodotto della trattativa non può essere condivisa perché semplicistica. La nuova fase politica dischiusa dalla fine dei partiti tradizionali non può essere spiegata sostenendo sia stata Cosa Nostra a dirigerne lo sviluppo, mentre è proprio questa l’idea diffusa da una parte dei media. Se nella disamina del nuovo corso è da includere il sostegno innegabile dato dalla mafia a quel partito, tutt’altra cosa è credere alla tesi di un paese per vent’anni tenuto dalla stessa sotto scacco. Rispetto all’ipotesi di una pianificazione mafiosa del progetto politico forzista è storicamente più plausibile che i gruppi criminali abbiano intercettato il nuovo corso indirizzando i loro consensi verso un soggetto ritenuto vincente, sostenuto da molteplici interessi, appoggiato da altre e più robuste forze, e comunque considerato avvicinabile, visti i rapporti intrattenuti da Dell’Utri con le gerarchie mafiose.

Per il resto il periodo delle stragi del ’92-’93 rimane una delle congiunture più complesse della storia repubblicana anche a causa del ruolo giocato dai servizi di sicurezza, sul quale si è ben lontani da una qualche spiegazione verosimile. La vicenda giudiziaria inerente la strage di via D’Amelio è a questo proposito indicativa, visti i depistaggi verificatisi in sede d’indagine e di giudizio, che hanno azzerato vari processi e costretto alla riapertura del procedimento. Senza contare che nelle stesse dinamiche alla base della strage sono state avanzate ipotesi inquietanti circa il coinvolgimento di suggeritori esterni all’universo mafioso. Su questo punto è auspicabile che le indagini proseguano il più speditamente possibile.

È notoria la difficoltà di inquadrare la funzione dei servizi segreti in momenti storici di transizione. Quasi sempre per illuminarne metodi e finalità si è reso necessario l’intervento della magistratura. Tutto il periodo della trattativa è costellato da indizi che segnalano l’ovvia quanto intricata presenza degli apparati di informazione e sicurezza. Per non citare che i più noti: le lettere inviate da Elio Ciolini al giudice Leonardo Grassi in cui si annuncia una stagione terroristica poi puntualmente verificatasi; l’allarme lanciato dal segretario generale del Cesis, Paolo Fulci, sull’appartenenza di sedici membri del Sisde alla “Falange Armata” (la sigla adoperata dalla mafia per rivendicare diversi attentati del biennio stragista).

Se occorre sgomberare il campo dall’idea che alla base delle stragi vi sia un fantomatico progetto eversivo elaborato da un insieme di poteri affaristici, criminali, politici e massonici, soggetto che nella pubblicistica oscilla fra l’immagine di una “supercupola” e il concetto di “convergenza di interessi”, non si può negare che gli apparati si siano mobilitati su diversi fronti. Tuttavia la ricostruzione storica di queste attività, aspetto che nel succitato saggio viene lasciato un po’ sullo sfondo e non approfondito, sarà sempre da porre in relazione ai grossi problemi riguardanti l’accesso alla documentazione riservata e segreta: materia regolata da una normativa intricatissima e poco coerente, che in questo come in altri casi continua a costituire un ostacolo ingombrante per la ricerca storica contemporanea.

Ciro Dovizio, Associazione Lapsus
Milano, 3 giugno 2014

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