Juncker chi? È facile immaginare questa reazione da parte di Donald Trump rispetto alle bordate del presidente della Commissione Europea. “A rischio gli equilibri mondiali”, ha detto Jean Claude Juncker venerdì scorso. Per tutta risposta, il nuovo presidente designato degli Stati Uniti non si è fatto vivo con Bruxelles. Nessun contatto tra Juncker e Trump, dice oggi Margaritis Schinas, portavoce della Commissione Ue. A una settimana dal voto statunitense e dopo colloqui telefonici bilaterali con i maggiori capi di Stato e di governo europei e con i leader populisti europei come Farage e Le Pen, Trump snobba Juncker che gli aveva anche mandato una lettera firmata anche dal presidente del Consiglio Ue il polacco Donald Tusk per invitarlo presto a un vertice Usa-Ue. E’ così che ‘The Donald’ rottama quello che resta dell’Ue o della sua burocrazia. E anche per questo a Bruxelles i ministri degli Esteri e della Difesa dell’Unione si riuniscono con l’Alto rappresentante per la politica estera Federica Mogherini per cercare una via possibilmente comune. Nel segno dell’incertezza.

Dai gesti di questa prima settimana si intende che a Trump piaccia più l’Europa che l’Unione Europea. Gli Stati dell’Ue presi singolarmente gli sono necessari per la nuova rete diplomatica che ha in mente di tessere intorno al globo: da Washington dritto al cuore del Cremlino, canale privilegiato con Mosca, tanto per iniziare. Un ponte transatlantico che al governo italiano sta bene. Quello che preoccupa invece sono “i due mesi di transizione da un’amministrazione americana all’altra”, dice il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, facendo riferimento alla situazione in Siria e al fatto che ufficialmente Trump si insedia a gennaio. “C’è una preoccupazione che deriva dal fatto che la relazione fondamentale tra Stati Uniti e Russia nel cercare di gestire questa crisi oggi deve fare i conti con questi due mesi di transizione da un’amministrazione americana all’altra. Noi europei cercheremo in tutti i modi di evitare che si creino dei vuoti per cui poi alla fine di questi due mesi di transizione ci troviamo con dei fatti compiuti irreversibili sul terreno”.

Proprio questa incertezza ha dominato la riunione dei ministri degli Esteri e della Difesa europei oggi a Bruxelles. Una riunione convocata per approfondire il tema della difesa comune europea, secondo il piano voluto da Mogherini dopo il referendum di giugno sulla Brexit. Solo che ora oltre all’uscita della Gran Bretagna dall’Ue ci si è messo anche Trump. Gli scenari sono più difficili da decifrare. Ma in attesa degli eventi, a Bruxelles oggi hanno deciso di adottare il piano Mogherini che guarda alla creazione di uno Stato maggiore europeo, ad una maggiore cooperazione in fatto di intelligence, uso di droni, aerei ed elicotteri, aumento della difesa comune in territorio dove l’Ue è già presente (Corno d’Africa).

Nulla che non sia già previsto dai Trattati, comunque, “ma che finora non abbiamo utilizzato”, dice Mogherini. Non è la creazione di un esercito europeo, ma “per la prima volta da decenni questo rafforzamento della Difesa comune europea e della sicurezza dei cittadini europei non viene visto come in competizione con la Nato, ma in collaborazione e partnership con l’Alleanza Atlantica”, aggiunta l’Alto rappresentane Ue in conferenza stampa.

Adesso però si apre la fase più difficile: le proposte concrete dei singoli Stati per passare dalle parole ai fatti. Sostanzialmente, in attesa delle mosse di Trump, l’Ue tenta di conquistarsi un ruolo nel nuovo scacchiere mondiale. Come Unione. Ripartendo dalla difesa comune: stranamente stavolta non ci sono obiezioni. Persino il ministro degli Esteri britannico Boris Johnson – assente a Bruxelles naturalmente perché ormai con un piede fuori dall’Ue – dice che la Gran Bretagna è favorevole. “Abbiamo le idee chiare su quali siano gli interessi europei – dice Mogherini – Lo dice la storia che l’Europa ha sempre avuto un ruolo da giocare in fatto di pace e difesa”.

Il fatto che ci sia bisogno di una riunione ad hoc per sottolineare questo ruolo la dice lunga su quanto sia debole e quanto sia urgente difenderlo nel mondo della Brexit e di Trump. Il tutto nell’alone di incertezza disegnato dalla nuova Casa Bianca nell’era post-Obama. Ultima chicca pur di minore portata: la vittoria di candidati filorussi alle elezioni in Bulgaria e Moldavia, due paesi dell’Ue, ex satelliti dell’Unione Sovietica, che a questo punto hanno deciso di guardare più a Mosca che a Bruxelles.

Intanto la transizione è fatta anche di circostanze curiose. Obama arriva domani in Europa: prima ad Atene per due giorni e poi a Berlino, andando così a toccare i due cuori nevralgici della crisi dell’Unione. In Grecia sarà ricevuto dal presidente Pavlopoulos e dal premier Tsipras, quindi terrà la sua ultima ‘lectio’ anti-austerity allo Stavros Niarchos Cultural Center, prima di partire per Berlino. Nella capitale tedesca parteciperà al vertice con la cancelliera Angela Merkel, il francese Francois Hollande, Matteo Renzi, la britannica Theresa May e lo spagnolo Mariano Rajoy. E venerdì pomeriggio conferenza stampa congiunta con Merkel.

Ma questo ultimo viaggio presidenziale in Europa ha subìto delle variazioni dopo la vittoria di Trump. Il giro da Atene a Berlino doveva essere l’ultima spinta di Obama ad alleggerire il debito greco presso i creditori europei. Invece per forza di cose il suo non sarà più il discorso dell’eredità. Trump gli ha ufficialmente intimato di “non compiere passi rilevanti nella visita in Europa per non creare confusione…”. Con Trump è tutto da vedere. A parte una cosa: nella nuova Casa Bianca si parlerà poco di Unione Europea e molto di rapporti bilaterali con gli Stati. Con buona pace di Juncker e ciò che resterà in piedi delle istituzioni europee in questo tifone della storia.

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