Donald Trump ha vinto contro tutti. Si può anche aspettare il conteggio definitivo, perché è già successo che un distacco così risicato venga ribaltato da poche variabili, però il fatto politico dell’alba del 9 novembre è questo, ed è un fatto enorme: Trump è il 45° presidente degli Stati Uniti.

È enorme perché, appunto, è una vittoria contro tutti. Innanzitutto contro Hillary Clinton che va incontro alla disfatta peggiore della sua storia, poi contro tutto l’establishment politico americano e mondiale, poi contro Barack Obama, poi contro il partito democratico americano e tutto ciò che rappresenta, poi contro un pezzo rilevante del partito repubblicano che ha fatto di tutto perché non vincesse le primarie e non l’ha certamente sostenuto come avrebbe fatto con qualsiasi altro candidato alle presidenziali, poi contro l’intero sistema dei media, poi contro i sondaggisti, gli analisti, gli strateghi, gli statistici, i matematici. Contro i complottisti che per un anno e mezzo hanno ripetuto: “I poteri forti non pormetteranno che Trump vada alla Casa Bianca”. Contro chi sosteneva che la fondazione Clinton potente e ricchissima, nonché finanziata da molti Paesi in odore di terrorismo, fosse la cassaforte che avrebbe consentito una facile vittoria a Hillary. Contro Wall Street, anche qui l’establishment finanziario globale. In una certa misura, anche se sembra un paradosso, vince perfino contro il popolo americano, se è vero che il voto popolare avrebbe a oggi premiato Hillary Clinton ed è accaduto solo quattro volte nella storia, prima di oggi, che qualcuno andasse alla Casa Bianca avendo preso meno voti popolari del suo avversario. Era una prospettiva messa in conto più in caso di vittoria di Hillary Clinton: si contavano i voti dei grandi elettori e si diceva “Trump potrebbe vincere il voto popolare ma è difficile che vinca la vera partita, ovvero quella dei grandi elettori”. È successo esattamente questo. Ed è successa anche un’altra cosa che nessuno, davvero nessuno, aveva previsto: che Trump vincesse tutti gli Stati indecisi più importanti. Anche durante lo spoglio dei voti si diceva che Trump avesse una sola chance di vittoria finale, e passava attraverso tutti gli Swing States. Una chance c’era e quella chance s’è preso.

Stamattina sarà il momento di molti che diranno: “Non abbiamo capito niente, ha vinto l’America profonda, la pancia del Paese”. La prima parte del discorso adesso è ovvia, la seconda è l’alibi della prima, perché ogni volta che si fa riferimento alla pancia c’è quel non so che di razzista e classista, tipico proprio di chi in America, come in Europa, come in Italia non capisce e dà a ciò che non capisce letture banali. Non ha vinto la pancia del Paese, ma un pezzo molto più consistente e rilevante del Paese. In attesa di dati certi e dei flussi, la sensazione è che Trump abbia vinto anche in aree geografiche e in classi di popolazione diverse da quelle che se gli venivano attribuite prima del voto. Significa che il Trumpismo è più radicato, profondo ed esteso di ciò che molti erano disposti ad ammettere. È una vittoria epocale, comunque la si pensi. Hillary che, pur concendendo la vittoria a Trump, non parla, è un segnale pessimo e la dimostrazione di quanto probabilmente non fosse la candidata giusta. Ma nella notte americana sembra essere davvero finita l’avventura della donna più potente del mondo che non fu mai potente fino in fondo.

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