Poniamoci una domanda semplice semplice? Chi comanda in un’azienda? A prima botta verrebbe da dire il suo amministratore delegato, dotato di più o meno poteri.

Che può condividere con il suo consiglio di amministrazione ed un eventuale direttore generale o il suo presidente. Per il Monte dei Paschi di Siena, la banca che oggi capitalizza 700 milioni e circa 8 miliardi li ha succhiati dal mercato negli ultimi anni, la risposta è diversa.

Per anni comandavano i suoi azionisti, che formalmente si chiamavano Fondazione Monte dei Paschi, ma che in realtà erano gli eredi locali del Partito comunista. Se i democristiani avessero gestito con la stessa spregiudicatezza le loro banche locali, oggi l’Italia sarebbe fallita. Ma questo è un altro discorso.

Torniamo a noi. Fallita e finita l’era comunista, oggi ci troviamo con il Ministero dell’Economia che detiene l’astronomica quota del 4% della banca. E ne è primo azionista. Di fatto Mps è res nullius, o se preferite una public company. Per riprendere la domanda da cui siamo partiti, bisogna dire che oggi, e domani ancor di più, la banca senese è guidata da Palazzo Chigi.

Nonostante la fetta ridicola di capitale sociale che detiene, è il governo che ha deciso la strategia di ennesimo salvataggio della banca, è il governo che ha affidato a Jp Morgan e Mediobanca l’ingrato compito di metterla in pratica, è il governo che ha pregato l’ultimo amministratore delegato, che per quattro anni ha spalato la melma creata da altri, di farsi da parte.

Solo per dovere di chiarezza, conviene dunque dirlo chiaramente. Non facciamoci affabulare dalle chiacchiere sul mercato, sulla finanza. No, il ministero del Tesoro e Palazzo Chigi hanno un’idea chiara di cosa dovrà succedere a Siena, non l’hanno comunicata proprio a tutti, e si comportano di conseguenza.

Altro che arretramento dello Stato in economia. Probabilmente siamo in una fase tale che è obbligatorio per Roma prendersi in carico un problema che può diventare sistemico. Se ne prenderà gli onori se l’operazione dovesse andare a buon fine, più difficile gli oneri se dovessi saltare.

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Fu la Banca Intesa di Corrado Passera a salvare, con un formidabile lavoro dietro le quinte, la Fiat in fallimento. Nessuno se lo ricorda più. All’epoca c’erano i banchieri che provavano a tenere insieme il sistema, oggi i nuovi politici. Non è detto che sia meglio.


Ps. Un paio di settimane fa ho scritto che Fineco faceva due terzi dei suoi utili dagli 11 miliardi di obbligazioni Unicredit che aveva in pancia. La banca mi ha gentilmente precisato: «Riteniamo che l’affermazione non sia precisa in quanto non è corretto misurare il contributo di una componente dei ricavi rispetto all’utile ante imposte, in quanto quest’ultimo ricomprende anche i costi.

A titolo esemplificativo se si dovesse misurare il contributo delle commissioni nette (248 milioni), si dovrebbe dire che rappresentano l’86% dell’utile ante imposte, a cui aggiungere gli interessi netti, che rappresenterebbero un ulteriore 85% dell’utile ante imposte.

È invece corretto rapportare gli interessi attivi alla componente attiva dei ricavi. Pertanto il contributo degli interessi attivi dei bond Unicredit è pari al 25% dei ricavi (interessi attivi: 204,9 milioni/ricavi attivi: 814,9 milioni)».

Per i lettori meno specializzati, la precisazione di Fineco è perfetta: più o meno dicono che ho messo insieme pere e mele. Il senso del ragionamento, che ribadisco, è che quella massa di obbligazioni Unicredit che rendono 200 milioni di interessi e rappresentano un quarto dei ricavi, come ammesso da loro, rende la banca difficilmente vendibile ad un operatore non bancario.

Se Fineco fosse venduta a terzi o a banche di dimensioni contenute non potrebbe fare lo stesso «giochetto» e l’affare Fineco non sarebbe più tale. Si contano sulla punta delle dita di una mano i gruppi europei in grado dunque di poter partecipare all’asta dell’ad di Unicredit Jean Pierre Mustier. (Forse solo il Banco Santander e Deutsche Bank).

Fonte: qui

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