L’estate del 2011 passerà alla storia per essere stata l’estate dello spread. Non un nuovo aperitivo. Né un ballo prettamente estivo, di quelli che nascono in seguito ad un tormentone musicale. La maggioranza degli italiani, che non vivono di economia e finanza, si è ritrovata ad un tratto a cercare di capire quale fosse il significato della parola “spread”.

Ma cos’è lo spread? E’ stata la domanda più ripetuta in quei giorni di luglio dell’estate 2011. Siamo alla metà di luglio, e sul Financial Times esce una notizia che in apparenza non sembra poi così clamorosa: “ La Deustche Bank ha dichiarato di aver venduto buona parte del suo portafoglio di titoli di Stato italiani”. In pratica, il più importante gruppo finanziario tedesco, aveva fatto sapere che degli 8 miliardi di Btp che deteneva in portafoglio, 7 erano stati venduti. Un solo miliardo di euro di titoli di Stato italiani, quindi, rimaneva in mano ai tedeschi. Questa, in tempi normali, sarebbe potuta essere una notizia importante ma non a tal punto di avere gli effetti di un uragano. Un uragano, per intendersi, finanziario. Quello che è accaduto dopo è storia troppo nota per essere di nuovo raccontata. Basterà, qui ed ora invece, scrivere che, al netto delle posizioni politiche e delle teorie più o meno complottiste, le cause della crisi dello spread sono state oggetto di un’ analisi scientifica accuratamente preparata da due economisti della London School of Economics, Paul De Grauwe e Yuemei Ji, dal titolo “ Self-fulfilling crises in the Eurozone”.

Nel report i due economisti spiegano con l’aiuto dei modelli econometrici come lo spread sia arrivato a crescere in così poco tempo e soprattutto perché. Uno studio che, data l’importanza dell’argomento, forse, avrebbe dovuto avere una maggiore attenzione da parte degli organi di stampa italiani.

L’analisi dei 2 studiosi, si concentra sui Paesi cosiddetti periferici dell’area Euro, tra i quali, insieme al Portogallo, alla Spagna, l’Irlanda e la Grecia, c’è anche l’Italia. E’ infatti in questi Paesi che la crisi da spread ha mietuto più vittime, soprattutto in termini di democrazia: i governi, che erano stati eletti dai risultati delle elezioni, si sono dimessi proprio quando il livello dello spread aveva raggiunto livelli, considerati non più sostenibili. Meglio optare per un governo di “esperti”, fu allora la conclusione di qualcuno, che sappia gestire al meglio i passaggi della crisi. Nel caso dell’Italia, si passò da Monti a Berlusconi. E senza entrare nel merito della scelta una domanda sola, potrebbe essere formulata: a conti fatti, per gli italiani, sarà stato meglio o peggio? Non è questa la risposta che si può trovare nello studio di De Grauwe e Ji che per spiegare la crisi dello spread sono partiti da un fattore che definiscono “chiave”: l’assenza di sovranità monetaria. Il fatto cioè che che gli Stati membri dell’Eurozona emettano titoli di debito in una moneta della quale non abbiano il controllo.

E’ noto infatti che in Eurolandia, la politica monetaria, non sia più materia per le banche centrali degli Stati ma per quell’organismo sovranazionale che è la Banca Centrale Europea. La quale, per statuto, dovrebbe essere indipendente dal potere politico dei governi. La conseguenza di una simile situazione, scrivono i due economisti, è che gli Stati non possano garantire agli investitori di riuscire a rimborsare il valore del titolo, una volta che lo stesso sia arrivato a scadenza. L’assenza di questa garanzia sarebbe dunque causa di “fragilità” all’interno della moneta unica, dalla quale scaturirebbe l’ulteriore conseguenza, nei mercati finanziari, di una paura diffusa nutrita dagli investitori che impauriti appunto, deciderebbero di destinare altrove le proprie risorse finanziarie. Una simile situazione, in psicologia, è spiegata con la teoria della “profezia che si autoavvera”. in base alla quale da una situazione astratta (una percezione) ne conseguirebbe un’altra ma del tutto concreta (un comportamento). Esempio: ho paura dunque scappo. Questa teoria, secondo i due economisti, servirebbe a spiegare proprio quello che è accaduto in Italia.

Dove, a fronte di un “sentiment negativo”, una paura appunto, che secondo i due economisti non aveva una giustificazione nei fondamentali macroeconomici del Belpaese, gli investitori hanno iniziato a chiedere al governo italiano di pagare un tasso di interesse sempre maggiore. Lo spread sarebbe allora salito fino ad arrivare ai fatidici 575 punti di distanza dal tasso che il mercato chiedeva di pagare al governo tedesco. Dunque, almeno nel caso italiano, le colpe della crisi non andavano cercate nelle scelte di politica economica dell’allora governo Berlusconi, che ripeteva di aver mantenuto i conti in ordine, quanto piuttosto nelle debolezze della stessa moneta unica. Prima tra tutte, l’assenza di una banca centrale che agisca come lender of last resort, cioè un prestatore ultima istanza, che così facendo, rappresenterebbe una solida garanzia agli occhi dei mercati finanziari, in termini di restituzione del debito a scadenza. Infatti, una banca centrale che agisca in tal modo garantirebbe una presenza costante di liquidità nel circuito monetario di un Paese. Ed eliminerebbe così il rischio che uno Stato risulti insolvente. Oggi, le conseguenze di un’insolvenza, sono assai note. Uno Stato, spogliato della sovranità monetaria, che non avrebbe i soldi per pagare subito i suoi debiti al mercato, per farlo, avrebbe come unica strada percorribile, quello di chiedere aiuto alle istituzioni come il Fondo Monetario. E in questo caso, la procedura è nota: le istituzioni prestano soldi ma agli Stati chiedono garanzie in termini di “riforme”, che non i governi degli Stati ma le istituzioni appunto, sono a decidere. L’insolvenza dunque causerebbe un’ulteriore perdita di sovranità. E’ quello che è successo in Grecia. In tutto questo, il dubbio che sorge, potrebbe essere espresso con una sola domanda: ma la sovranità, nelle democrazie, non dovrebbe spettare ai popoli?

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