Nel marasma attuale della Libia, una cosa appare certa: il nome Gheddafi non rappresenta soltanto il passato di questo Paese. Dopo la caduta di Sirte del 2011 e la macabra uccisione di Muammar Gheddafi, al timone a Tripoli dal 1969, da più parti si è proceduto (non senza ‘sollecitazioni’ occidentali) a smantellare lo stato libico e togliere ogni elemento che possa essere ricollegabile in qualche modo al passato regime.

L’ultimo tassello, in tal senso, sembrava la condanna a morte di Saif al-Islam Gheddafi, secondogenito del rais il quale, secondo molte indiscrezioni pre 2011, era destinato ad essere l’erede designato a capo della ‘Jamahiria’; Saif al-Islam (spada dell’Islam, in arabo) tra tutti i figli dell’ex leader libico era in effetti quello più ‘politico’, famoso già nelle cancellerie occidentali per le ottime abilità diplomatiche.

Durante gli anni 2000, Saif si è anche scontrato con il padre per via della personale propensione a varare alcune riforme non ben viste dagli apparati del governo libico di allora; ben si comprende quindi il perché l’eliminazione di Saif, più di ogni altra cosa, avrebbe comportato la fine definitiva del ‘gheddafismo’ in Libia.

Ma Saif non solo non è stato condannato a morte, ma è anche adesso un cittadino libero; la sua vicenda, è emblema dell’attuale situazione libica e dell’implosione dello Stato guidato fino al 2011 dal padre: catturato dalle milizie di Zintan, le stesse lo hanno prima imprigionato, poi giudicato colpevole e condannato, ma nello scorso luglio è arrivata l’inattesa liberazione.

Ma le forze di Zintan, non sono mai state riconosciute né dal vecchio e né dal nuovo governo di Tripoli e dunque il semplice rifiuto di consegnare Saif agli altri ‘governi’ libici od al tribunale internazionale de L’Aja, di fatto a suo tempo ha già costituito un elemento politico di primaria importanza, a maggior ragione quindi la non esecuzione della condanna e la successiva liberazione appaiono ancora più importanti.

Zintan è una città della Tripolitania ad ovest della capitale ed a circa 160 km di distanza dalla costa; i suoi abitanti sono per metà arabi e per metà berberi e questo, già all’epoca del governo di Gheddafi, poneva tale territorio in una posizione di forte autonomia ben ‘spesa’ dalle locali milizie nel momento in cui l’ex rais ha chiesto loro appoggio durante gli anni della Jamahiria.

Nel 2011, una volta scoppiata la guerra a seguito degli strascichi della fantomatica primavera araba, le milizie di Zintan hann abbandonato Gheddafi ed hanno combattuto per la presa di Tripoli; la cattura da parte loro di Saif, ha rappresentato un valore importante per i combattenti locali a cui tuttavia non è andato un (da loro) atteso riconoscimento da parte delle autorità tripoline, entrando quindi in contrasto specialmente con l’esecutivo islamista che ha preso piede in Tripolitania prima dell’avvento dell’attuale premier Al Serraj.

Forse proprio per questo, Zintan è tornata di nuovo dalla parte dei Gheddafi, ma soprattutto le milizie di questa città ad oggi appoggiano apertamente il generale Haftar ed il parlamento di Tobruck; in poche parole, le milizie che permettono ad oggi al figlio di Gheddafi di vivere liberamente a 160 km da Tripoli, sono le stesse che rappresentano un avamposto di Haftar e del governo ‘rivale’ a quello filo USA di Al Serraj in Tripolitania.

Un elemento di non poco conto, un altro pezzo che complica il delicato puzzle libico; la notizia della liberazione di Saif, il quale vivrebbe in una villa alla periferia di Zintan coltivando l’hobby della pittura e scortato da alcune guardie, è arrivata a luglio a poche settimane dall’avvio dei raid USA su Sirte mentre nello stesso momento il generale Haftar si è recato a Mosca per una visita al Cremlino.

A molti analisti, la vicinanza di queste date non è apparsa soltanto una coincidenza; da Washington si sono accorti che al Serraj non solo non controlla gran parte del Paese, ma al tempo stesso la sua designazione avvenuta nelle stanze di un hotel in Marocco è apparsa a molte tribù libiche come un’imposizione che rischia di creare una vera e propria inedita coalizione contro il governo voluto dall’ONU.

Così, nel disperato tentativo di dar credito ad al Serraj, sono partiti i raid su Sirte e, con essi, anche la legittimazione sui media occidentali del governo di Tirpoli; ma anche questa azione ha suscitato l’effetto opposto a quello voluto dagli americani: non solo è arrivata la condanna di Tobruck, ma le tribù libiche (riunite in un apposito consiglio supremo) hanno unanimemente definito ‘imperialista’ il bombardamento.

Tra queste tribù, vi è anche quella dei Warfalla, la più grande della Libia la quale controlla la città di Bani Walid (poco lontana da Zintan); questa tribù è sempre stata fedele al rais ucciso nel 2011, tanto che nella città sopra citata sventolano ancora oggi bandiere verdi e pochi mesi fa è stata inaugurata una piazza in memoria delle vittime dei bombardamenti NATO. Adesso, in tanti ipotizzano un’alleanza tra le sue milizie con quelle di Zintan e sarebbe proprio questo accordo ad aver permesso la liberazione di Saif Gheddafi.

La tribù dei Warfalla conta un milione di abitanti (sui sette della Libia), per questo motivo le posizioni espresse dai leader di Bani Walid hanno da sempre una valenza molto più che simbolica; se le milizie di Zintan hanno ‘ascoltato’ i Warfalla, allora vuol dire che molte altre tribù non solo sono ben lontane dal riconoscere il governo di Al Serraj, ma al tempo stesso potrebbero iniziare a vedere in Saif Gheddafi un importante punto di riferimento politico.

Nell’intricato mosaico libico quindi, il massimo esponente dei Gheddafi potrebbe avere un ruolo importante specie dopo la prova di forza degli USA, riportando il nome della sua famiglia nuovamente al centro della politica della Libia; brutte notizie per l’Italia, che invece sta appoggiando attualmente le milizie di Misurata, coloro cioè che hanno barbaramente trucidato Muhammar Gheddafi: in Libia, a prescindere del ruolo che avrà Saif in futuro, si sta provando a dialogare tra Tobruck, Haftar e le varie tribù in funzione anti USA e questo per gli interessi di Roma nell’ex colonia potrebbe rappresentare il definitivo colpo di grazia volto ad avvantaggiare altri attori internazionali.

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