È passato poco più di un mese dalla preghiera per la pace, cui hanno preso parte, sotto invito del romano Pontefice, il Presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Abu Mazen) e il Capo dello Stato ebraico (Shimon Peres). Pareva l’inizio di un nuovo percorso di dialogo. È stata l’ennesima promessa tradita. Gli eventi hanno assunto ben presto una diversa traiettoria, mandando in soffitta quel timido tentativo di distensione: tre ragazzini assassinati; un loro coetaneo arso vivo; un altro giovane barbaramente pestato. I primi tre israeliani, gli altri due palestinesi. Ecco pronta la guerra, con la sua macabra danza di minacce e di accuse, di lutti e rappresaglie. La guerra, col suo odioso ornamento di retorica, che cela gli interessi, servendosi del sangue. Del sangue degli ultimi. Aiutata da un’opinione pubblica internazionale più interessata alla difesa delle opposte scelte ideologiche, che all’obiettività. Fa parte del dramma israelo-palestinese. Eppure, sarebbe tempo di rompere questo cerchio maledetto, ponendo l’accento su una questione (colpevolmente) trascurata: che i veri nemici, israeliani e palestinesi, li hanno in comune. Sono i loro finti alleati: gli interessi, il fanatismo, la propaganda. Affrontiamoli uno ad uno.

Sabotare la pace. Il primo quesito da porsi, quando si esamina un fatto politico, specialmente quando esso si traduce in un conflitto, è: “A chi giova la situazione”? In altre parole, occorre approfondire gli interessi retrostanti. Tutto il resto, come insegna l’esperienza, viene dopo. Ecco, non v’è dubbio che molti avessero interesse a vanificare il messaggio di conciliazione, nato dall’incontro di Assisi fra l’Alto rappresentante israeliano e il suo omologo palestinese. Così come molti avevano interesse ad assestare un colpo, significativo, alla ritrovata unità palestinese, incarnata dal nuovo governo, targato Rami Hamdallah. In primo luogo, conveniva a Ḥamās: partito estremista, i cui interessi coincidono con un’accentuazione perenne dello scontro. Allo stesso modo, conveniva a quei settori dell’Autorità nazionale palestinese che vedono rafforzato il proprio ruolo, ogniqualvolta emerge l’anima integralista di Ḥamās: loro competitore naturale. Nondimeno, faceva comodo a quella parte dell’apparato politico-militare israeliano che vive dei fondi -e degli sforzi- destinati alla difesa. Infine, risultava utile alla maggior parte dei paesi arabi, che strumentalizzano la causa palestinese per scopi propri, di politica estera e interna. Ecco il quadro, nudo e crudo. Ciò considerato, emerge quanto sia sciocco adottare una lettura semplicistica, che opponga arabi e israeliani, in una dicotomia priva di significato. Sarebbe più fondato (e salutare) chiedersi chi desideri realmente la pace; chi siano “gli uomini di buona volontà”, in un campo e nell’altro. Chi, al contrario, vive la possibilità di una pacificazione come una minaccia alle proprie rendite di posizione.

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Crimini e fanatismo. Un tema strettamente legato al precedente; una piaga tanto intrecciata agli interessi, che risulta difficile tracciare un confine netto, privo di ambiguità. Anche in questo caso, è indispensabile liberarsi da ogni tentazione manichea: l’integralismo non ha bandiere identificative, né fedi particolari. Si nutre del dolore, ne fa il suo alibi: regna su tutti i fronti, guastando il lavoro di chi tesse, con tenacia di Penelope, la fragile tela della pace. Il suo segno è ovunque: nella cieca ferocia del palestinese, che fa strage di innocenti, facendosi saltare; fra le batterie israeliane, che non si curano di poter colpire dei bambini; nella meschinità di chi usa quei bambini come scudi, per generare altro odio, altra disperazione. Si esprime attraverso il terrore che tutti, proprio tutti, hanno asservito ai propri obiettivi: il primo sionismo, con gli attentati a danno degli inglesi e l’assassinio di funzionari internazionali; l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, con la sua lunga striscia di omicidi; l’esercito israeliano, che nel 2009 impiegò armi al fosforo bianco, a dispetto delle convenzioni di guerra. Ma sono solo manifestazioni macroscopiche. Il fanatismo emana, più sottilmente, dal rifiuto sordo e sconsiderato di ogni proposta ragionevole. Come se non si dovesse rinunciare a qualcosa, per trovare un compromesso. Come se non se non fosse necessario, da parte araba, riconoscere uno stato di Israele che non cesserà di esistere: poiché non si può riportare indietro le lancetta della Storia. Come se non fosse necessaria una rinuncia, da parte di Tel-Aviv, agli appetiti su molti territori acquisiti con la forza. Come se tutti non dovessero dare all’altro garanzie di sicurezza; accordare lo status di “Città libera” ad una Gerusalemme che appartiene soltanto a se stessa, e all’umanità.

Serve dire basta alla propaganda. Il nemico peggiore della pace. L’alleato migliore di interessi e fanatismo. Quella propaganda che si serve di elementi di verità, per tacere il quadro d’insieme. Quella propaganda che vede i bambini di Gaza, ma non i razzi Kassam; o che, al contrario, presta attenzione ai razzi, dimenticando i bambini. Quella propaganda che non si cura di comprendere il complesso di accerchiamento di Israele: un’isola, attorniata da nemici che dichiarano di volerla annientare; o che tace le tremende diseguaglianze e le quotidiane umiliazioni, che gettano benzina sul fuoco del disagio palestinese: manifestazioni di un odio in divisa, che veste l’abito presentabile di una (pur) necessaria sicurezza, ai check-points, lungo il Muro. Serve allontanare da sé la facile opinione, che si accontenta di vedere nell’uno il carnefice e nell’altro la vittima, senza percepire che entrambe le parti sono vittima e carnefice, al contempo. Serve, prima di ogni altra cosa, resistere a quella facile gratificazione dell’io, che consiste nel selezionare le istantanee del dolore, ignorando la paura ad esso speculare. Rinunciando a comprenderne i “motivi”. Se la partigianeria risulta comprensibile in chi viene direttamente coinvolto, in chi viene toccato (suo malgrado) dalle conseguenze della tragedia, diventa inaccettabile in un osservatore esterno. Forse dovremmo tutti fare un esame di coscienza. Il nostro compito -occorre ricordarlo- è di aiutare tutte le parti a capire che non se ne esce rispondendo coi morti, ai morti. Non ci riusciremo, se prima non comprenderemo noi stessi che israeliani e palestinesi hanno gli stessi nemici.

Omar Bellicini

unimondo.org

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