Sebbene uscito di scena all’inizio dello scorso anno senza aver concluso il suo secondo mandato, il Presidente della Repubblica italiana più complice delle malefatta governative della storia, Giorgio Napolitano, non ha posto fine al suo perenne intervenire nelle faccende politiche del nostro Paese, dichiarando apertamente di auspicare l’approvazione della riforma costituzionale Renzi-Boschi tramite vittoria del Sì al referendum di… Novembre? Dicembre? Di quale anno? 

A parte la facile ironia sul reiterato procrastinare la data della votazione, tengo a rinfrescare la vostra memoria su questa persona che vi sta chiedendo di schierarvi a favore della nuova Costituzione.

Vi sarà certamente capitato di imbattervi nella parola “impeachment” accostata al nome di Napolitano. In caso non aveste troppa dimestichezza con la lingua inglese e aveste pensato ad un termine italiano molto simile, ossia “impicciarsi”, non vi preoccupate, perché il significato, come capirete tra breve, non è poi così lontano.

La traduzione corretta è “imputazione” ed indica la messa in stato d’accusa di titolari di cariche pubbliche sospettati di aver commesso illeciti nell’esercizio delle loro funzioni, cioè di aver agito in maniera non consona al loro ruolo istituzionale o di aver attentato alla Costituzione.

Secondo il MoVimento 5 stelle, da cui, nel 2014, partì  la richiesta di votare a riguardo in Parlamento, uno dei principali capi d’imputazione è, ebbene sì, il fatto che il buon Giorgio si sia “impicciato” di fatti che proprio non gli competevano. In primis, i pentastellati denunciavano il grave atteggiamento intimidatorio di Napolitano nei confronti della magistratura, soprattutto nell’ambito del delicatissimo procedimento penale riguardante la presunta trattativa tra lo Stato e la criminalità organizzata, nel cui contesto ha anche secretato delle conversazioni telefoniche tra lui e l’intercettato ex ministro Mancino non permettendo ad alcun comune cittadino di venire a conoscenza del contenuto, evidentemente scottante.

Altra accusa a lui rivolta è l’utilizzo smodato dello strumento della grazia, il quale, secondo quanto sancito dalla Corte Costituzionale,  ha come unico fine quello di “mitigare o elidere il trattamento sanzionatorio per eccezionali ragioni umanitarie”. Il Presidente avrebbe violato quanto sopra nel concedere la grazia al direttore  de “Il Giornale”  Alessandro Sallusti, ai domiciliari per il reato di diffamazione e al colonnello della CIA Joseph Romano in questo caso, a detta del Colle, per “ovviare a una situazione di evidente delicatezza sotto il profilo delle relazioni bilaterali con un Paese amico”: i due, è evidente, non erano in una condizione di grave sofferenza , perciò, non avrebbero dovuto godere del beneficio della grazia.

Inoltre, il Capo dello Stato avrebbe promosso l’approvazione di una legge costituzionale che sarebbe andata ad eliminare l’articolo 138, tentando di trasformare la nostra Carta in una Costituzione di tipo flessibile, dando, così, la possibilità di modificare la prima parte della nostra Costituzione, dove sono elencati i principi fondamentali della vita democratica del Paese. Il Presidente della Repubblica avrebbe anche convocato privatamente alcuni soggetti politici, umiliando istituzionalmente il luogo naturalmente deputato alla formazione delle leggi, ossia il Parlamento, nel corso dell’esame parlamentare della riforma della legge elettorale.

Tra ciò che, invece, Napolitano avrebbe dovuto fare, ma che non ha compiuto, compare il non aver fermato, tramite rinvio presidenziale, l’approvazione del Lodo Alfano, legge ad personam che garantiva l’immunità alle quattro maggiori cariche dello stato e, in seguito, dichiarata incostituzionale dalla Consulta.

Altro atto contestabile è il non aver ostacolato in alcun modo il predominio legislativo da parte del Governo, ossia il fatto che le leggi approvate in Parlamento sono da lungo tempo esclusivamente d’iniziativa del governo (potere esecutivo) e non del Parlamento ( potere legislativo), come invece deve essere.

Ultima, ma non meno grave, infrazione della Costituzione è il fatto che l’accusato ha lasciato che le due Camere lo rieleggessero, violando l’articolo 85 della Costituzione, il quale precisa che “Il Presidente della Repubblica è eletto per sette anni” e non prevede la possibilità dello svolgimento del doppio mandato da parte del Capo dello Stato.

Ora, è bene esprimersi sul merito della riforma, cercando di capire cosa si andrebbe a modificare e perché, ma anche guardare la storia dei personaggi che si espongono per il Sì e per il NO è un buon metodo per farsi un’idea, almeno iniziale.

Fonte: GionaPanarello

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