Il commento del capo strategist dei fondi Kairos, Alessandro Fugnoli, che non parla solo di economia e finanza.

Il referendum scozzese del 18 settembre è il primo a basarsi su un’idea postmoderna di popolo. È popolo qualsiasi insieme di persone che voglia definirsi tale.

QUALCHE CENNO STORICO

Si dirà che una base oggettiva per definirsi nazione in questo caso c’è, perché gli scozzesi sono celti e pronunciano la erre, mentre gli inglesi sono un incrocio di celti e germanico-vichinghi e non pronunciano la erre. Anche i francesi del sud, però, sono celti e non pronunciano i suoni nasali, mentre quelli del nord sono celto-germanico-vichinghi e nasalizzano tutto quello che possono. I francesi del sud, oltretutto, furono annessi per via dinastica o militare, senza essere mai stati consultati. La borghesia scozzese fu invece ben lieta di unirsi all’Inghilterra perché Londra la salvò dalla bancarotta che la Scozia si era autoinflitta con una dissennata operazione coloniale in America Centrale.

A PRESCINDERE DAL RISULTATO

Qualunque sia il risultato del referendum, il solo fatto che si tenga crea un precedente di grande portata storica, perché da oggi qualsiasi gruppo di persone all’interno di una struttura statuale è legittimato a chiederne la disgregazione senza fare ricorso alla forza.
Stratfor, un sito americano di intelligence e analisi strategica solitamente distaccato e blasé, sostiene che l’indipendenza scozzese avrà ripercussioni inimmaginabili sul sistema globale e in qualsiasi angolo del pianeta. Una volta stabilita la violabilità dei confini è come se si aprisse un vaso di Pandora.

SE VINCESSE L’INDIPENDENZA…

Dal canto suo Anatole Kaletsky, un autorevole commentatore sempre incline all’ottimismo, traccia un quadro cupo in caso di vittoria degli indipendentisti. Dimissioni immediate di Cameron (e, aggiungiamo, del capo dell’opposizione Miliband), nuovo governo laburista tutto tasse, recessione, crisi istituzionale per almeno due anni, uscita dell’Inghilterra dall’Unione Europea nel 2017.

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GLI EFFETTI FINANZIARI

Il voto del 18, la sera prima della risposta premi trimestrale su tutte le borse, potrebbe dunque essere un buon pretesto per la tradizionale correzione d’autunno. Tutte le banche centrali saranno impegnate a frenare il più possibile la volatilità, prima sui cambi, poi su tassi e borse. Non potranno, però, fare miracoli.

In caso di vittoria degli unionisti, naturalmente, l’effetto sarà di segno opposto, ma in modo asimmetrico. Il rally di sollievo sarà infatti breve e modesto (tranne a Londra). Nel caso contrario la volatilità si prolungherà. Un’eventuale vittoria indipendentista darà qualche sostegno all’euro.

L’UNIONE EUROPEA

Poiché nel paese dei ciechi l’orbo è re, l’Unione Europea apparirà improvvisamente come un baluardo di stabilità e forza. I capitali in uscita dalla Scozia si parcheggeranno inizialmente a Londra e poi proseguiranno per altre destinazioni, tra cui l’euro.
La Spagna sarà attaccata dai mercati. L’indipendentismo catalano si è radicalizzato negli ultimi anni e il dialogo con Madrid è sempre più difficile. L’aumento dello spread sulla Spagna coinvolgerà anche l’Italia, ma la Bce sarà pronta a contenere i danni.

THE DAY AFTER

Dal vaso di Pandora (nel caso) uscirà di tutto, ma in tempi lunghi e imprevedibili. The Day After sarà concitato, anche perché accompagnato dalle dimissioni di tutta la prima linea politica inglese. Sembrerà per qualche attimo la fine del mondo, ma tutto continuerà a funzionare. La stessa indipendenza scozzese arriverà al più presto nel 2016 e probabilmente più tardi.

Estratto dalla newsletter settimanale Il Rosso e il Nero

 

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