Con l’inizio di settembre e la proclamazione della tregua la vita a Donetsk ha cominciato a cambiare. All’ingresso della città ci sono code di macchine con tanti bagagli sul tetto. I mezzi pubblici funzionano a perfezione e quasi tutti i passeggeri hanno una valigia o uno zaino. A Donetsk stanno tornando gli abitanti.

Durante tutta l’estate nella città sono rimasti aperti soltanto alcuni negozi alimentari e mercatini di quartiere. Comprare qualcosa da vestire era abbastanza difficile. Adesso, invece, vengono riaperti persino i negozi di elettronica. Troviamo un uomo che sta armeggiando con numerose serrature del suo piccolo negozio sul quale è scritto “Riparazione scarpe”. Lui stesso aveva chiuso tutto a chiave all’inizio dell’estate temendo i ladri. “Credo che all’inizio ci saranno pochi clienti, la gente non ha soldi. D’altra parte, chi non ha soldi mi porta le sue scarpe vecchie”, – dice il calzolaio.

La gente ha creduto nella tregua. L’estate, che molti, senza volerlo, hanno trascorso in Crimea, dai parenti o nei campi dei profughi, è finita e con essa sono finiti anche i soldi. È ora di tornare al lavoro. Soltanto i boati delle esplosioni fanno dubitare che la tregua possa durare.

Sia l’esercito ucraino sia le milizie non nascondono che approfittano della tregua per il ragruppamento delle forze. Ai civili la tregua serve per ricostruire le loro case, solo che non è chiaro quando potranno essere ricostruite e chi pagherà per i lavori. Ma soprattutto non è chiaro se abbia senso, perché in realtà i bombardamenti non sono cessati, sono diventati soltanto meno frequenti.

Una delle “linee del fronte” passa attraverso l’aeroporto di Donetsk, conteso fra l’esercito e la milizia. Qui il duello di artiglierie è continuo. Nel paesino dal nome  “Vesiolyj” (che vuol dire, “allegro”), a soli 700 metri dalla pista d’atterraggio, dalla quale l’esercito ucraino conduce i suoi bombardamenti, ci sono delle case nelle quali vivono delle persone. Vivono da mesi senza luce, acqua e gas. Soltanto di sera accedono il fuoco per prepararsi da mangiare.

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Snezhana Mikolauskas, donna di mezza età, lavora in un orfanotrofio di Donetsk. Ogni mattina le tocca fare una camminata di 40 minuti per raggiungere la fermata dell’autobus. Prima c’era un filobus che arrivava al paese, ma adesso la linea non funziona più perché non ci sono cavi elettrici. Durante il tragitto, la donna sente regolarmente delle esplosioni. “Ho paura, sì. Ma ormai siamo abituati. D’altronde, ho il mio lavoro”. Snezhana ha confessato che da 3 mesi non riesce a prendere il suo stipendio. Kiev ha cessato l’erogazione dei soldi per gli stipendi dei pubblici dipendenti nelle regioni ribelli. “Spero che ricomincino a pagare, – dice Snezana. – Il lavoro non lo posso piantare. Come farebbero i ragazzi senza di me?”

Poco distante c’è un altro paese, Yasinovataya. Prima ci abitavano 30 mila persone. Dopo “l’inizio della guerra”, vi è rimasto non più di un terzo degli abitanti. Sono fuggiti persino il sindaco e i medici dell’ospedale locale. Dicono che sia rimasto un solo medico, un ginecologo, che ora sta medicando tutti, combattenti e civili. Adesso però la gente ha cominciato a tornare nelle loro case.

Nei quartieri più colpiti si vedono case distrutte e bruciate. Non c’è acqua e luce. Nelia Grekova, infermiera di 57 anni, abitava al quarto piano di una vecchia palazzina. Ora la casa ha solo tre piani: l’ultimo piano è stato distrutto da un razzo. La donna è stata ospitata da una sua vicina del secondo piano.

Più in là c’è un palazzo di nove piani, colpito da un proiettile sparato da un carro armato. Quasi tutte le finestre sono senza vetri. Il 62-enne pensionato Yuri Kruglov ci dice: “Non trovo vetro per rifare le finestre. Non c’è niente, non si trova nemmeno un pezzo di nastro di plastica”. Eppure di notte comincia a far freddo.

Al settimo piano del palazzo è rimasto un solo inquilino, una vecchia di 86 anni. Il tetto è stato forato da un razzo, pertanto adesso nella casa entra acqua quando piove. “La mamma, paralizzata, è stata sempre qui. Ho pregato per la sua vita, – dice sua figlia Liudmila. – Sa, quando volano le mine, il suono è terribile. Tutta la casa balla. Quando c’erano bombardamenti, scendevo nello scantinato, ma pensavo sempre alla mamma. A un certo punto non ne potevo più e correvo da lei”.

Adesso a Yasinovataya regna la quiete. Regge la tregua. Gli abitanti sperano che non ci saranno altri bombardamenti. Allora si potranno comprare sia il film di polietilene e sia il vetro.

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