DI MAURO BOTTARELLI

rischiocalcolato.it

Meglio premettere che la fonte è di quelle che ogni tanto le spara grosse, come spesso accade con i tabloid inglesi. Metteteci poi l’euroscetticismo viscerale che contraddistingue il “Daily Express” e il timore per quella che la gente perbene chiama “fake news” è dietro l’angolo. Ma ci sono almeno un paio di elementi a confermare la possibilità che il primo turno delle presidenziali francesi della prossima settimana possa essere viziato dall’ennesimo “pasticcio” con il voto postale: primo, una conferma governativa. Secondo, la non disponibilità immediata dell’ambasciata francese di Londra nel confermare o smentire la cosa. E di cosa stiamo parlando? Del fatto che, a causa di quello che viene chiamato un errore grossolano dei computer, circa 500mila francesi residenti all’estero avrebbero ricevuto una doppia scheda, quindi potrebbe votare due volte. Come ci mostra questa tabella,

la corsa sta diventando davvero dura, con quattro candidati stretti in una forbice risicata del 4,5% e negli ultimi giorni il candidato comunista, Jean-Luc Mélenchon, ha guadagnato parecchio terreno nei sondaggi, addirittura facendo temere ai mercati lo scenario peggiore: un ballottaggio tra i due candidati estremi, ovvero fra Marine Le Pen e proprio l’alfiere della sinistra dura e pura, come ci mostrano questi grafici.




Stando all’Express, il governo francese avrebbe già reso noto che non invaliderà il voto a causa di questo errore, almeno fino all’esito del ballottaggio: soltanto dopo, nel caso, sarà possibile l’apertura di un’indagine. Ovviamente, a nessuno è sfuggito come il voto postale tra i francesi all’estero sia chiaro appannaggio dei due candidati spendibili che si vorrebbero al ballottaggio, ovvero Emmanuel Macron e Jean-Luc Mélenchon, tagliando fuori la destra estrema e quella istituzione, quindi Marine Le Pen e Francois Fillon. Non a caso, lo scorso mese di febbraio proprio Macron fece un tour a Londra ospite del sindaco della capitale britannica, Sadiq Khan, durante il quale cercò in ogni modo di ingraziarsi l’enorme comunità francese Oltremanica, circa 300mila persone, quasi sapendo che quello era il target su cui puntare. D’altronde, l’onda della Brexit fa temere ai cittadini d’Oltralpe che vivono in altri Paesi dell’UE per il loro futuro, quindi vi è la certezza di operare all’interno di un bacino elettorale euro-entusiasta e, comunque, per il 90% contrario alla Le Pen.

La quale, poi, negli ultimi due giorni è terminata nel mirino dei giornali. La prima polemica riguarda la rinuncia all’immunità garantitale dallo status di europarlamentare, visto che la candidata del Front National potrebbe fare i conti con la giustizia. Venerdì il giudice istruttore francese ha infatti chiesto al Parlamento europeo di revocare l’immunità della leader della Le Pen, sotto inchiesta con l’accusa di aver impiegato i suoi collaboratori all’europarlamento per attività legate al partito in Francia. La candidata alle presidenziali francesi lo scorso marzo si era rifiutata di comparire davanti ai giudici in vista di un possibile rinvio a giudizio, invocando proprio la sua immunità ma se il Parlamento europeo dovesse accordare la revoca, non ci sarebbero più scuse. Certo, l’esame della domanda potrebbe richiedere dei mesi all’emiciclo, visto che dovrà pronunciarsi con un voto in seduta plenaria ma l’importante è inviare il segnale – anche la Le Pen utilizza i benefici della casta per farla franca – e rilanciare il ruolo del legalitarismo d’accatto che la magistratura francese ha inoculato in questa tornata elettorale, di fatto una gara a chi ha meno rogne con i tribunali (salvo avere a che fare con accuse certamente non da mani nei capelli e stranamente emerse, tutte insieme e ad orologeria).

La seconda polemica riguarda la lettura strumentale che in Francia e nel resto d’Europa si è fatta di un’intervista del quotidiano cattolico “La Croix” alla candidata del Front National, la quale diceva di essere “estremamente cattolica” ma al tempo stesso “arrabbiata” con la Chiesa, in particolare per le parole del Papa sull’accoglienza dei migranti. “Lasciamo a Dio quel che è di Dio, e a Cesare quello che è di Cesare. La Conferenza episcopale si impiccia a volte di quello che non la riguarda, dando istruzioni politiche. Io non mi immischio di quello che il Papa dice ai fedeli, non penso che le religioni debbano dire ai francesi quello che devono votare”, ha dichiarato la candidata della destra, la quale si è detta comunque pronta, “con gran piacere”, a invitare il Papa in Francia se sarà eletta, anche se gli dirà che “la carità è individuale”. Bestemmie? Teorie iconoclaste? Un sentimento poi così alieno dal corpo del popolo cattolico europeo, quello che nell’ultimo periodo ha dovuto affrontare l’emergenza migranti? Non mi pare ma, certamente, una carta utilizzata per demonizzare ulteriormente la candidata della destra.

Stiamo entrando nel capitolo finale della grande bugia, d’altronde. Negli ultimi due giorni abbiamo assistito a una palese controprova del fatto che i media mainstream stiano lavorando a un’agenda precisa, dettata da poteri che non intendono garantire legittimità a narrative che non siano le loro. Come mai nessuno si è indignato per un’autobomba che ha fatto strage di civili ad Aleppo? Oltretutto, un gesto infame due volte, perché l’ordigno era nascosto in un mezzo che ufficialmente doveva portare viveri e vestiti: forse perché questa volta accusare Assad era davvero impossibile?

E perché così poco svolazzare di vesti tra i sepolcri imbiancati per la denuncia delle autorità irachene, le quali hanno chiaramente detto che l’Isis ha compiuto un attentato con armi chimiche vicino a Mosul? Forse non sono morti bambini? Forse i bambini iracheni non fanno piangere Ivanka Trump quanto quelli siriani? Forse perché adesso è più telegenico puntare tutta l’attenzione sulla Corea del Nord? O forse perché, pur facendo affidamento a tutte le “fake news” che vogliono, la realtà sul bombardamento di Idlib è emersa comunque, visto che anche i tg più schierati sono passati dalla certezza della responsabilità di Assad a più saggi dubitativi su matrice e mandanti. D’altronde, se le prove a carico del regime siriano sono quelle che ha offerto il nuovo capo della CIA, Mike Pompeo, in questo VIDEO, non stupisce che l’establishment abbia il mal di pancia. Soprattutto quando lo stesso Pompeo è così poco furbo da lanciare un attacco diretto contro WikiLeaks, definendolo “un servizio di intelligence non statale ostile”, tanto da dover incassare la seguente risposta da Juliane Assange: “Siamo stati chiamati servizio di intelligence non-statale dal servizio di non-intelligence statale che ha prodotto Isis, Al Qaeda, Iraq, Iran e Pinochet”.

D’altronde, viviamo nel mondo in cui i giornali parlano della “madre di tutte le bombe” sganciata dagli USA in Afghanistan come di un messaggio in codice degli Stati Uniti a tutti i loro competitor: come dire, stavolta facciamo sul serio. Per giorni ci hanno detto che quella bomba, la più potente tra le non atomiche e dal costo di 10 milioni di dollari, aveva di fatto reclamato solo una trentina di vita, distruggendo un sistema di tunnel che, come ha confermato WikiLeakes,

erano stati costruiti proprio dalla CIA in chiave anti-sovietica e in favore dei mujaheddin: insomma, non hanno fatto grossa fatica a localizzarli. sono solo dovuti andare in archivio. La realtà è un po’ diversa, però: quell’attacco non è stato soltanto un modo per mostrare i muscoli. Lo conferma il governo indiano, il quale ha dichiarato che nell’attacco compiuto dagli Usa nella provincia di Nangarhar hanno perso la vita oltre 500 cittadini pakistani che operano in Afghanistan in chiave di protezione dei miliziani Isis presenti, tra i quali il numero di vittime sarebbe stato più o meno lo stesso. Di più, la totale assenza di civili tra le vittime, riscontrata dalle autorità indiane in collaborazione con quelle afghane, non sarebbe frutto di scrupolo e cautela USA ma bensì del fatto che l’intera area è sotto il controllo dell’Isis e, soprattutto, sotto tutela dell’esercito pachistano.

Stranamente, l’attacco è giunto nel corso di una dura disputa tra l’attuale presidente afghano, Ashraf Ghani e il suo predecessore, Hamid Karzai, proprio sul ruolo che gli USA giocano nel Paese, con il secondo che ha sfruttato lo sgancio della MOAB per accusare il primo di tradimento della nazione: “Ho deciso di cacciare gli americani dal nostro suolo”, ha detto Karzai. Proprio ora che, in chiave anti-Isis, i russi hanno aumentato la loro collaborazione con i talebani: insomma, equilibri geopolitici e alleanze molto labili. Ma, sicuramente, un migliaio di bocche in meno che possono raccontare dell’operatività dello Stato islamico in Afghanistan, del coinvolgimento di esercito e servizi segreti (ISI, storicamente contigui a CIA e Dipartimento di Stato) pachistani e della copertura che finora Washington aveva fornito loro per mantenere influenza in un’area strategica che Barack Obama aveva abbandonato, a tutto favore dell’interventismo russo.

E vogliamo parlare dello strano attentato contro il pullman del Borussia Dortmund? Dopo l’ennesima figuraccia delle autorità tedesche, le quali hanno dovuto rimettere in libertà l’iracheno fermato e rimangiarsi la pista dell’Isis, ecco fa ieri è spuntata la pista dell’estrema destra. Di più, stando all’edizione odierna della Welt am Sonntag, l’esplosivo utilizzato potrebbe arrivare nientemeno che dai depositi della Bundeswehr, l’esercito tedesco. Una cellula neo-nazista e potenzialmente golpista tra le forze armate? Chissà, ben 100 investigatori stanno lavorando al caso ma, guarda la coincidenza, due settimane fa in Germania è esploso la scandalo relativo a 275 militari finiti sotto inchiesta per aver pubblicato hate speech e contenuti di estrema destra sui social network, aprendo una sorta di caccia alle streghe. Ovviamente, solo tutte quante coincidenze fortuite, tenete sempre stretto il rasoio di Occam.

Siamo in un momento delicatissimo per quanto riguarda la libertà di parola ma il nostro Paese pare più interessato alla svolta vegan di Silvio Berlusconi, felice sul prato della sua villa, mentre allatta degli agnellini. Tanto che persino la presidente della Camera, Laura Boldrini, si è sentita di fare altrettanto, adottandone anch’essa due e lanciando una campagna animalista pre-pasquale. E l’appuntamento con la Resurrezione è stato molto fecondo quest’anno per la terza carica dello Stato, perché ha sfruttato l’avvicinarsi della ricorrenza per un duro sfogo contro le fake news: da mesi e mesi sulla Rete circola la falsa notizia che sua sorella gestirebbe centri d’accoglienza per migranti, mentre la stessa è deceduta e in vita faceva la restauratrice.

Immediatamente, “Repubblica” ha sfruttato l’occasione per intervistare uno degli “haters” che avrebbe coperto di insulti on-line la presunta sorella della Boldrini, tale Felice Di Rocco, il quale non solo si cosparge il capo di cenere per quanto compiuto (e, fin qui, niente da dire) ma rilancia con il seguente concetto: “Contro le bufale siamo indifesi”. Stranamente, in questi stessi giorni Facebook ci ricorda con un alert che le fake news sono un male da combattere e ci mostra come fare attraverso il suo apposito sistema di rilevazione e segnalazione. Tutto casuale, soprattutto a livello di timing. Io detesto i leoni da tastiera, soprattutto quelli che devono ricorrere a ridicoli nickname perché non hanno il coraggio di mettere nome e cognome in coda a quanto scrivono e quindi non posso che dare la mia solidarietà a Laura Boldrini per l’oltraggio alla memoria della sorella.

Una domanda, però: perché solo ora questa lacrimevole rivelazione? Quella bufala gira sul web da mesi e mesi, lo stesso arco temporale durante il quale la presidente della Camera ha scritto almeno tre lettere appello a Mark Zuckerberg contro le “fake news” e ha dato vita ad almeno due progetti per contrastare le stesse, dotandosi anche di esperti del ramo. Come mai la triste storia salta fuori proprio ora? Spirito di Resurrezione, come nel romanzo di Lev Tolstoj oppure una straordinaria occasione per mettere il carico da novanta su una situazione politica globale che necessità, ora più che mai, della lotta alle bufale per spargerne di più, oltretutto in santa pace e con sommo beneficio da parte dell’establishment? Perché sarebbe interessante scoprire se, per caso, esiste una centrale unica di smistamento bufale sul web, magari con padri e madri inconfessabili, tanto per avvelenare i pozzi e gridare all’emergenza. Per ora, buona Pasqua.

Mauro Bottarelli

Fonte: www.rischiocalcolato.it

Link: https://www.rischiocalcolato.it/2017/04/voto-postale-anti-le-pen-cosi-parrebbe-certo-ce-paura-chiamano-fake-news-la-verita.html

16.04.2017

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