NEW YORK – Ancora una volta, il princpale quotidiano finanziario mondiale punta l’indice contro le storture dell’euro e le gravissime conseguenze che stanno provocando nei Paesi che l’hanno adottato, principale delle quali è il fallimento sostanziale degli obbiettivi di crescita, benessere e sviluppo decantati all’epoca dalle elite politiche che vollero a tutti i costi introdurlo.

“La nascita dell’euro, 25 anni fa, fu accompagnata dalla promessa fatta ai cittadini che la nuova moneta unica avrebbe innescato una graduale positiva convergenza delle economie nazionali che l’avessero adottata. Tale promessa non si e’ concretizzata – scrivono prima pagina Alessandro Speciale e Piotr Skolimowski sul Wall Street Journal -.

“Anche oggi, che l’eurozona sembra aver ritrovato la strada di una modesta crescita economica – sottoliena il Wall Street Journal – l’analisi delle singole economie nazionali restituisce un quadro disomogeneo, che peggiorerà ulteriormente una volta conclusa la politica di Quantitative easing della Banca centrale europea”.

“L’eurozona, che attualmente comprende 19 paesi, apperentemene sembra giunta al terzo anno di una ripresa che sta sanando alcune delle ferite causate dalla crisi del debito del 2008. Gli ultimi dati relativi all’eurozona presi nel loro nel insieme fotograferebbero un aumento della fiducia economica per il sesto mese consecutivo, un calo della disoccupazione giovanile ai minimi da otto anni e un’accelerazione dell’inflazione cui non si assisteva da gennaio 2013”.

Ma la realtà non è affatto questa.

Una serie di grafici presentati dai due autori dell’editoriale evidenziano come dietro questi dati, ottenuti da medie aritmetiche, si nascondano invece singole realta’ nazionali del tutto differenti tra loro e alcune in una crisi spaventosa.

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“A distanza di un quarto di secolo – sostiene l’editoriale del Wall Street Journal –  e’ possibile affermare che aveva ragione il cosiddetto gruppo degli economisti che includeva tra gli altri il presidente della Bundesbank Karl Blessing, che sostenevano fosse necessario procedere a un allineamento delle politiche economiche e di bilancio, prima di intraprendere l’integrazione monetaria facendo effettivamente circolare l’euro”. Ma non è stato fatto, sottoliena il quotidiano.

“Su quel gruppo ebbe la meglio quello dei “monetaristi” guidato dalla Francia, secondo cui l’unione monetaria sarebbe bastata da sola a innescare un graduale processo di convergenza economica. Negli ultimi 25 anni, la mera esistenza dell’euro non e’ bastata, alla fine, a spingere le economie nazionali le une piu’ vicine alle altre, anzi ne ha accentuato l’allontanamento in termini di Pil pro-capite, salari, occupazione”.

“E la passivita’ con cui i governi hanno assistito in nome dell’euro al fallimento di questo obiettivo, affidato alla presunta azione taumaturgica della moneta unica, ha fatto si’ che la zona euro accumulasse divisioni ancor piu’ profonde che per il momento la Bce sta nascondendo con il Quantitative Easing”.

A questo proposito, gli autori dell’articolo pubblicato sul Wall Street Journal di oggi, Speciale e Skolimowski sottolineano “che la principale spinta all’adozione dell’euro non venne tanto dalle disparita’ in termini di reddito disponibile, quanto dalla volonta’ unicamente politica di accelerare il processo di integrazione europea e dalle turbolenze finanziarie e valutarie seguite alla fine del sistema di Bretton Woods, negli anni Settanta. In termini di convergenza finanziaria, l’euro ha effettivamente portato a progressi, che pero’ sono stati in gran parte cancellati dalla crisi del debito sovrano del 2008 alla quale non ha retto. E cosa accadrà quando la Bce terminerà il maquillage del Quantitative Easing? La fine del QE aggraverà immediatamente gli squilibri. Fino alla rottura”.

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