NEW YORK – All’indomani di una tripletta di record, registrata ieri, oggi i principali indici a Wall Street hanno aperto in rialzo raggiungendo livelli mai visti in precedenza. Gli investitori continuano a brindare all’annuncio “fenomenale” sulle tasse promesso ieri dal presidente americano Donald Trump e in arrivo “tra due o tre settimane”. Il cosiddetto “Trump trade” ritrova cosi’ forza dopo essersi preso una pausa.

L’inquilino della Casa Bianca ha galvanizzato gli investitori che erano diventati impazienti non avendo ricevuto indicazioni su un taglio alle tasse dall’8 novembre scorso, la notte in cui Trump ha vinto le elezioni e ha annunciato stimoli fiscali nella forma di aliquote in calo e spese infrastrutturali.

Dal fronte macroeconomico, le pressioni inflative crescono in modo modesto: i prezzi alle importazioni sono saliti a gennaio dello 0,4% rispetto a dicembre grazie al rimbalzo del petrolio; in un anno l’aumento e’ del 3,7%, il maggiore nell’arco di 12 mesi da inizio 2012. Dopo i primi minuti di scambi, il DJIA aggiunge 56,5 punti, lo 0,28%, a quota 20.228,90. L’S&P 500 sale di 3,82 punti, lo 0,17%, a quota 2.311,97. Il Nasdaq guadagna 10,18 punti, lo 0,18%, a quota 5.725,5. Il petrolio a marzo al Nymex segna un +1,77% a 53,94 dollari al barile.

Wall Street risponde così, all’allarme pretestuoso contro il presidente Trump lanciato proprio poche ore fa, prima dell’apertura della Borsa di New York, dall’agenzia internazionale di rating Fitch che ha diramato un bollettino “drammatico” che afferma: “L’amministrazione Trump rappresenta un rischio alle condizioni economiche internazionali e ai fondamentali del credito sovrano. La prevedibilita’ della politica Usa e’ calata, con canali di comunicazione internazionali e norme relazionali di lunga data messe da parte e con un aumento di cambiamenti imprevisti e improvvisi nelle politiche Usa con potenziali implicazioni globali. I rischi principali ai crediti sovrani includono la possibilita’ di cambiamenti di disturbo nelle relazioni commerciali, un calo dei flussi di capitale internazionali, limiti all’immigrazione che condizionano le rimesse e confronti aggressivi tra legislatori che contribuiscono ad aumentare o prolungare la volatilita’ nelle valute e in altri mercati finanziari”.

L’obbiettivo evidente di Fitch era di danneggiare la Borsa e quindi per immediato riflesso danneggiare il Presidente Trump, ma i mercati non sono cascati nella trappola, nonostante che Fitch avesse scritto anche: “Le nazioni la cui posizione creditizia rischia di piu’ in caso di cambiamenti avversi della politica Usa sono quelle con legami economici e finanziari stretti con gli Usa. Canada, Cina, Germania, Giappone e Messico sono stati identificati esplicitamente dall’amministrazione Trump per avere accordi commerciali o tassi di cambio che meritano attenzione ma l’elenco difficilmente si esaurisce qui. I Paesi che ricevono investimenti diretti americani rischiano di finire nel mirino per misure commerciali punitive – continua Fitch e l’elenco di questi Paesi e’ potenzialmente lungo, dal momento che aziende con sede in Usa rappresentano quasi un quarto del totale mondiale degli investimenti diretti all’estero”.

Risultato: Wall Street apre le contrattazioni e straccia tutti i record della sua storia segnando un boom di investimenti mai registrato nel suo pur lungo passato.

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